Alita – L’angelo della battaglia non vuole essere solo la favoletta del futuro

Pubblicato martedì, 12 febbraio 2019 ‐ Wired.it

Erano letteralmente decenni che James Cameron cercava di realizzare Alita - L’angelo della battaglia. Il manga originale gliel’aveva segnalato Guillermo Del Toro e da quel momento era diventato ossessionato all’idea di farne un film, tuttavia tempo, impegni e molti Avatar gli hanno impedito di farlo partire, così ha deciso di prendere la sua sceneggiatura e i suoi soldi e farlo fare a qualcun altro, più o meno come l’avrebbe fatto lui. Robert Rodriguez è stato il prescelto.Il risultato è il frutto dell’incontro delle loro due sensibilità. La trama risente molto di James Cameron (che l’ha scritta), di quella sua semplice regolarità classica, del percorso dell’eroe molto canonico e di una schiettezza nel dar forma a personaggi che incarnano virtù decise (insomma c’è ben poca complessità e molta maestria), invece la realizzazione ha il tono visivo di Robert Rodriguez e la sua grande moltitudine di stimoli, citazioni, echi e rimandi. Non è quindi un film godereccio ed esagerato come Planet Terror o Once Upon a Time in Mexico ma uno che cerca in ogni dove di rimanere uno spettacolo per famiglie con un tono un po’ più adulto della media.Quel che la sceneggiatura di Cameron abbassa, in termini di grettezza, la messa in scena di Rodriguez alza. Così nella storia di questa ragazza con il cervello umano ma un corpo robotico, messa insieme da un dottore del futuro (che fa protesi robotiche) dopo aver ritrovato solo la testa in una discarica, che non ricorda niente di sé e del suo passato ma che scopre subito di avere incredibili doti di guerriero, c’è tantissima violenza che il film manipola per non essere disturbante. Vediamo arti staccati ma sono robotici (niente sangue, solo olio che schizza), vediamo la morte ma sono tutti cattivi, vediamo un clima di ostilità, pericolo e tenebre ma sempre con un risvolto positivo.Il vero lavoro di questo film sta infatti nel design più che nel racconto, non è tanto in quel che succede (facile prevederlo) ma cosa dicono le immagini. Giubbottoni di pelle lunghi, colori fluo su nero, un grande uso del gotico, cappelloni anni ‘40 ma anche inquadrature sghembe e un certo fascino disturbante (specialmente le protesi mettalliche che fanno somigliare i personaggi ad animali respingenti come il ragno) sono tutte spallate agli anni ‘90, gli stessi in cui era pubblicato il fumetto, e a quell’estetica dark. Rodriguez sembra un po’ retrodatare il look di un film per sporcarne il candore. E il mix funziona.Essendoci Cameron dietro Alita è anche un’opera di sofisticatissima computer grafica. La protagonista è interamente animata in motion capture (un’attrice presta sia i movimenti che le espressioni ad un personaggio disegnato in computer grafica) e recita benissimo, le parti migliori del racconto stanno proprio nella maniera in cui lei guarda innamorata le persone e quel sentimento è ciò che determina chi lei sia e che percorso stia attraversando. Tuttavia il vero godimento sta nel frullatone di Rodriguez, capace di infilare in questo film cattivi tagliati esattamente a metà per lungo come in Ken il guerriero, i robottoni malvagi di Horizon Zero Dawn (il quale a sua volta li riprendeva dal fumetto di Alita), trucco punk dei cattivi e ibridi di carne e metallo come in Tetsuo.Alita scoprirà di avere (ovviamente) un ruolo cruciale nell’organizzazione sociale spietata di questo futuro, scoprirà di essere molto importante e poter fare molto (soprattutto nei prossimi eventuali sequel), come si conviene al genere. Non c’è molto da rimanere sorpresi nell’intreccio, quel che semmai è davvero inedito è Christoph Waltz, per la prima volta buono ed immacolato in un film hollywoodiano! Non gli viene richiesto il suo solito repertorio di altera e meschina superiorità e così sfodera un campionario di gesti, modi ed espressioni dolci che ci sono sconosciuti e ci ricordano che gigante sia.Per tutta la prima parte del film (in cui Alita è da lui risvegliata e impara tutto quel che di buono esiste) è proprio lui a reggere il film. Gioca di rimessa, quando ha le battute affonda mentre quando gli altri parlano con i piani d’ascolto dà valore a quel che dicono, imposta i tempi delle interazioni (lenti ma non noiosi perché il tono sia familiare e quieto) e di fatto domina le scene. Tutti i sentimenti che ci sono in ballo li capiamo da come lui guarda Alita o quello che hanno intorno a loro. Poi il resto del film chiaramente sarà molto più d’azione (c’è uno sport mortale trasmesso in televisione che è praticamente Rollerball) con un finale che arriva in tempo in tempo ad evitare la noia, ma quei primi minuti sono un gran momento.

Tag: #Cinema

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