Woodstock compie 50 anni: hippie birthday al festival che ha cambiato la storia

Pubblicato sabato, 18 maggio 2019 ‐ Panorama

Un trionfo artistico, un evento epocale e un disastro finanziario: sono queste le tre facce del festival musicale più importante di sempre, quello che ha cambiato definitivamente la cultura e l’iconografia della musica dal vivo.
Fino quei leggendari giorni dell’agosto 1969 (15,16,17 e 18) nessun organizzatore di eventi aveva mai osato sfidare apertamente nel nome delle “buone vibrazioni” le leggi del caos e della sicurezza. La tempesta perfetta si realizzò grazie all’incontro tra le suggestioni hippie di Alex Lang (manager di gruppi rock minori) e Artie Kornfeld (un discografico della Capitol Records) e l’illimitata disponibliità economica di due businessman rampanti in cerca di investimenti ed emozioni forti: l’avvocato Joel Rosenman e l’ereditiero-milionario John Roberts. Il progetto iniziale dei “fantastici quattro” era costruire uno studio di registrazione a Woodstock, dove si era stabilito in pianta stabile Bob Dylan, ma dopo poche ore di conversazione, l’idea della sala d’incisione svanì e il progetto del più grande raduno rock di sempre prese il sopravvento. L’inizio di un sogno diventato storia ma anche di un mare di guai.
Che iniziarono a manifestarsi quando, dopo aver stipulato decine di dispendiosi contratti con artisti e band, scoprirono, a una manciata di settimane dallo show, di non avere un luogo dove tenere il concerto. Solo dinieghi e porte in faccia: a Woodstock e dintorni le amministrazioni comunali e la popolazione temevano l’invasione hippie. A salvare l’utopia dei fantastici quattro e dell’intera generazione dei figli dei fiori ci pensò però il proprietario di un caseificio di Bethel, Max Yasgur, che concesse il suo terreno in affitto per la non modica cifra di 75 mila dollari. Fu comunque l’ultima buona notizia per gli organizzatori. Che alla fine della maratona rock si ritrovarono con un buco da due milioni di dollari ripianati solo all’inizio degli anni Ottanta grazie ai proventi dei diritti discografici e cinematografici.
Dal pomeriggio del 15 agosto 1969, il suono delle straordinarie quanto indimenticabili performance dei musicisti diventò paradossalmente la colonna sonora di un gigantesco girone infernale. Le sparute recinzioni non riuscirono a contenere la folla e almeno trecentomila persone entrarono gratis nell’area del concerto, le strade che conducevano al festival diventarono inaccessibili con auto in coda per venticinque miglia. Gia dalle prime ore del mattino del 15 agosto gli unici mezzi che consentirono ai musicisti di raggiungere Bethel furono gli elicotteri noleggiati all’ultimo istante (e a caro prezzo) dagli organizzatori.
Scarseggiavano i bagni, il cibo, l’acqua e l’assistenza medica (provvidenziale fu l’intervento di centinaia di volontari e abitanti del posto che garantirono cure, coperte, torte e sandwich al mezzo milione di presenti). A complicare il tutto, la pioggia che trasformò il terreno in fango e un’incalcolabile quantità di droga in libera circolazione tra il pubblico e nel backstage dove le bevande di alcuni musicisti vennero “allungate” da manine anonime con allucinogeni di varia natura. Per quattro giorni lo sconfinato prato di Mister Yasgur si trasformò in uno stato nello stato, senza regole e senza polizia. 
Inferno e paradiso insieme. I media presenti immortalarono il momento: “A Bethel si balla, si canta, ci si denuda, si fa sesso senza inibizioni e non si dorme mai nel nome e nello spirito dello slogan del festival: pace, amore e musica”.  Tra le rare menti “lucide” in quel contesto, la troupe del regista Michael Wadleigh (di cui faceva parte anche un giovane Martin Scorsese, che trascorse la maggior parte dei quattro giorni del concerto appollaiato su una piattaforma a lato del palco per suggerire ai cameraman chi e che cosa inquadrare) ed Eddie Kramer, il produttore incaricato di registrare l’audio di tutte le esibizioni. "Artisti, manager, security, staff: erano tutti fuori di testa” ricorda Kramer. “A un certo punto un mixer prese fuoco e gli addetti alla sicurezza, in preda all’lsd, iniziarono a danzargli intorno. 'Nessuno lo spegne?' osai chiedere. 'Noi non rubiamo il lavoro alle nuvole' fu la risposta…”. 
Totalmente anarchico fu il festival e totalmente anarchiche, oltre che eccezionalmente ispirate ed improvvisate, furono le performance degli artisti: Richie Havens, visto che i musicisti prima e dopo di lui non riuscivano a raggiungere Bethel a causa del traffico, suonò per tre ore di fila arrivando ad improvvisare dal nulla un brano, Freedom, diventato uno dei momenti cult di Woodstock. Straordinaria anche la performance degli Who, interrotta dall’irruzione sul palco di un tizio che il chitarrista del gruppo, Pete Townshend, allontanò a colpi di manico di chitarra. E poi ancora Janis Joplin, irresistibile e completamente strafatta al tempo stesso, il virtuosismo magico di Santana e il potente rock soul-funk di Sly and Family Stone saliti in scena alle tre di notte.
Fino a Jimi Hendrix, il genio, l’ultimo ad esibirsi alle nove del mattino di lunedì 18 agosto davanti a poche migliaia di reduci (gli altri stremati avevano già preso la via di casa). Quando si sfilò la chitarra, qualche secondo dopo la fine dell’ultima canzone, Woodstock era già storia… 

Tag: #Musica

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