Se un vaccino è necessario lo decide la scienza o la piazza?

Pubblicato venerdì, 10 agosto 2018 ‐ Panorama

Vorrei esprimermi con semplice brutalità. I vaccini sono il progresso, la tutela scientificamente dimostrata della salute universale, e quelli che sono contro l’obbligo di vaccinazione si comportano da negromanti, sono oscurantisti. Punto. 
Ricordo il momento e vagamente il luogo sacro in cui fummo vaccinati per la polio, il Sabin, o il vaiolo: erano riti collettivi di ragazzini, negli anni Cinquanta, verso la fine del decennio, e le conquiste scientifiche avevano un senso perché erano per tutti una liberazione, e accettate e benedette da tutti, non c’erano distinzioni, dubbi, perfino uno scricciolino come me o come mio fratello sentivamo, ne ho un’immagine confusa ma viva, come di un bagno collettivo nel Gange, che si stava celebrando, con la punturina antivaiolo sul braccio e il dischetto che la certificava come avvenuta, o con l’ingestione del Sabin, un momento di solenne e comunitaria solidarietà per la vita, di tipo religioso, nel senso illuministico. 
Però ricordo anche le malattie esantematiche, termine di cui conosco appena il significato. Avevano nomi fantasiosi, nella memoria infantile li associo a Disney, nomi come Morbillo, Scarlattina, Varicella, Orecchioni. 
Sembravano personaggi fissi del panorama dell’infanzia, presenze attese e inevitabili, a volte addirittura passaggi da costruire insieme facendo in modo che addirittura passaggi da costruire insieme facendo in modo che il contagio programmato risolvesse il problema dell’ingresso e dell’uscita sotto cura da quelle fatalità considerate non così gravi, oggetto di attenzione e non di esorcismo positivistico. 
Erano cose normali che non dovevano in certi casi degenerare, dovevano essere tenute sotto controllo, succedeva e si passava oltre, una specie di linea di confine nel processo di maturazione del corpo, non uno psicodramma di un tipo o di un altro. 
Diventando grandicello e poi adulto e poi vecchiotto, leggendo e sperimentando su di me e sui miei amici e parenti la relazione così determinante con la medicina contemporanea, i suoi strumenti, le sue macchine, le sue eccezionali abilità chirurgiche e potenze farmacologiche, ho ingurgitato via via una quantità di nozioni e opinioni, la prima delle quali è che se sono vivo e vivo in modo tollerabile certamente lo devo ai diagnosti che mi hanno esaminato, alla ricerca delle multinazionali, ai chirurghi che mi hanno operato, alle strutture di cura pubbliche e private che mi hanno preservato, e per adesso, uso un eufemismo, certo non mi posso lamentare, i sessant’anni sono a loro modo anche bellissimi, e ogni volta che la barriera protettiva ha ceduto per gente cui volevo e voglio bene, i miei caduti, i miei morti, di fronte alla sofferenza e alla fine, al di là delle considerazioni sull’età giusta, che ovviamente esiste e non esiste, mi dispiaceva che non si potesse andare oltre, sempre più in là, nella custodia della vita e della salute. 
E dunque che cosa vogliono i negromanti? I vaccini si sono certo moltiplicati, sono diventati un obbligo di legge, non dovunque nel mondo, è vero, ma insomma l’idea di evitare quelle malattie dai nomi di fumetto si è trasformata di una prassi consolidata, un obbligo morale comunitario che riguarda tutti, e allora che cosa mi rappresentano gli esagitati, gli scalmanati del no vax? 
Non sono forse una marchiatura a fuoco di tipo ideologico applicata al corpo sociale, il ribellismo di chi non sa, il rifiuto di un dovere civile per l’infanzia, non sono forse il dubbio antiscientifico, l’uso della paura come strumento di potere e di influenza politica e mediatica? 
Sì, lo sono. Però questo trambusto delle anime e della cultura si fonda anche su dubbi che in certi casi sono stati riconosciuti per legittimi: i giornalisti liberal e pro vax americani, molti di loro, hanno indagato sulla peste oppiacea che ha causato un’epidemia di antidolorifici con effetti devastanti su molte migliaia di persone, e nella generalità dei casi hanno concluso che all’origine del disastro c’erano le prescrizioni farmacologiche compiacenti, di massa, orientate a dare una risposta medico-commerciale all’ansia di controllare anche il minimo dolore del corpo e dello spirito, e questo in un Paese in cui se guardi la tv è solo per stordirti con tonnellate di spot sulla salute, una quantità inverosimile di inviti per gli acquisti che hanno una razionalità produttivistica e di profitto molto più evidente della saggezza clinica. 
Chi dice, sull’onda di una presa della parola che è diventata propensione all’insulto e all’anarchia di pensieri incompetenti: i vaccini sono un complotto per vile denaro, costui è un cretinetti, uno stolto, in certi casi, specie quando se la prende con uomini di scienza capaci di argomentare il contrario, una minacciosa carogna. 
Ma in nome di queste sicurezze non si può del tutto eliminare la faccenda della libertà di cura, che è in conflitto con quella che gli esperti definiscono la salute del gregge, eppure è un principio liberale difficile da estinguere con un tratto di irritata disinvoltura, con un semplice diniego. 
Quanto all’escludere dalle scuole o dagli asili bambini che per scelta familiare si sottraggono ad alcuni vaccini, è anche quella una storia complicata, che allude alle relazioni tra la famiglia e lo Stato, il nucleo particolare e la comunità, cose che non si possono affrontare con fanatismo puritano, insignendo la società organizzata di un potere assoluto di esclusione o negando protezione collettiva dalle malattie. Desidero solo che la questione non sia decisa con un clic, a maggioranza o a battimani o a insulti, con il ripiego ciascuno nel proprio, ma da esperti e saggi, scienziati medici giudici politici indipendenti e rappresentativi di un sistema in cui credo, e a quel giudizio mi affido, senza fanatismo e senza cedere alla marmaglia oscurantista o a eccessive certezze scientiste pregiudiziali.
(Questo articolo è stato pubblicato sul numero 34 di Panorama, in edicola il 9 agosto 2018)

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