Quale Italia stiamo lasciando ai nostri figli?

Pubblicato venerdì, 14 giugno 2019 ‐ Panorama

Alice è tornata a casa. L’abbiamo accolta stasera, nella sua nuova casa, ancora un po’ provvisoria nell’arredamento ma già piena dell’amore che sarà. È tornata con il suo Antonio, dopo un anno a Tolosa: ha deciso di ricominciare a vivere in Italia, rinunciando a più occasioni, più carriera, più opportunità. Rinunciando alle sirene con cui i Paesi stranieri attirano i nostri ragazzi. Da giornalista ne sono orgoglioso. Da padre ne sono spaventato. E mi chiedo: che ne sarà di lei? Che ne sarà di loro?
Alice è mia figlia. Ha 26 anni, una testa da studiosa, una laurea in filosofia, un dottorato vinto, esperienze all’estero già collaudate dalla Sorbona agli Stati Uniti, da Heidelberg a Berlino, da Amburgo all’Università di Tolosa. A lei, nei mesi scorsi, avevo dedicato il mio ultimo libro, L’Italia non è più italiana, perché pensavo che rappresentasse alla perfezione la nuova generazione dei nostri ragazzi, troppo spesso costretti ad andare all’estero per non dover seppellire il loro futuro.
È il vero problema dei nostri tempi. Secondo i dati ufficiali, infatti, c’è un italiano che varca i confini ogni cinque minuti. Cinque minuti sono davvero pochi. Meno del tempo che ci mettete a leggere quest’articolo. Poco più del tempo di un uovo alla coque. Ebbene: ogni cinque minuti c’è un nostro connazionale costretto ad andare all’estero. Nella maggior parte dei casi sono giovani. Spesso laureati. Ed è uno dei grandi sprechi nazionali che spesso passa sotto silenzio. Di cui si parla troppo poco.
Tenete presento questo: per formare un giovane, dal giorno in cui mette piede all’asilo al giorno in cui si laurea, all’incirca spendiamo (fra i costi sostenuti dalla famiglia e quelli sostenuti dallo Stato) l’equivalente di una Ferrari. Ogni giovane laureato che lascia il nostro Paese, dunque, è una Ferrari che noi regaliamo alla Germania, all’Australia, agli Stati Uniti o agli Emirati Arabi. Per altro, spesso compensiamo queste partenze aprendo le porte all’immigrazione incontrollata di manodopera non qualificata. Pensate che scambio intelligente.
Stiamo depauperando il nostro Paese. Lo stiamo impoverendo della risorsa fondamentale che sono i giovani. I nostri talenti. Già in Italia, ormai, nascono pochissimi bambini. E quei pochissimi che nascono, quando crescono, prendono un aereo per trasferirsi altrove. Il risultato è un’Italia in via d’estinzione. Come i dinosauri del Giurassico. Come fermare la corsa verso l’abisso? Mauro Querci, incaricato di Panorama a vigilare sul Grillo Parlante, mi suggeriva di riflettere sul rapporto padri e figli a partire dai casi di cronaca: il piccolo Leonardo ucciso a Novara, il piccolo Memhed ucciso a Milano, il piccolo Giuseppe ucciso a Cardito, l’infanzia rubata con troppa frequenza, magari per colpa di una dose in più (maledetta droga).
Mi dispiace deluderti, caro Mauro. Mi sono messo a riflettere sul rapporto su padri e figli, stasera, secondo tua indicazione. Ma non riuscivo a togliermi dalla testa le lacrime di Alice che ho accolto mentre tornava a vivere in Italia. Ostinatamente. Faticosamente. Ma tornava. Si capisce: è tutto più complicato qui. Il lavoro, il futuro, l’affitto di un casa (con un contratto da precario), i concorsi (troppo spesso farlocchi), la gerontocrazia che opprime le legittime aspirazioni di chi ha energia e voglia di fare. È tutto più difficile.
Ma di questo bisogna parlare. Sinceramente non so cosa dire sui padri che massacrano i figli. Ma ho molto da dire su padri che hanno lasciato ai loro figli un Paese molto peggiore di quello che hanno ricevuto dai genitori. Ho molto da dire su padri che non hanno saputo difendere le loro radici, le loro tradizioni, le loro aziende, le loro ricchezze, che hanno confuso l’apertura alla globalizzazione con una sottomissione ai poteri internazionali, che si sono fatti mangiare, divorare, conquistare senza battere ciglio. I nostri nonni (o i padri dei nostri nonni) si sono fatti ammazzare sul Carso per difendere questo Paese. Noi, invece, abbiamo alzato bandiera bianca in un amen. Travolti dal narcisismo, non abbiamo fatto nulla per fermare il declino. E adesso consegniamo ai nostri figli un Paese ostile. Io un po’ mi vergogno, cara Alice. Sto cercando di rimediare, in ogni modo, perché sono preoccupato. Ma confido che tu e Antonio saprete fare molto meglio di me. Anzi, ne sono convinto. E perciò sono orgoglioso di voi.
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