Parola di balena

Pubblicato venerdì, 15 marzo 2019 ‐ Panorama

Forse non abbiamo capito niente. Il dubbio è venuto al biologo Fabrice Schnoller, ricercatore acustico e fondatore del DareWin Project, che da 11 anni studia i delfini immergendosi nelle acque in cui vivono. Questi cetacei, racconta, quando si avvicinano a un altro esemplare, o a un essere umano, producono un fischio-firma: un suono preciso che corrisponde alla loro identità individuale. «È come se dicessero “io mi chiamo così”. Beh, è interessante perché probabilmente, per migliaia di anni abbiamo guardato i delfini... e per tutto questo tempo loro si presentavano e nessuno gli rispondeva».
Forse, fra non molto, riusciremo a rimediare a tanta imperdonabile maleducazione. Negli oceani di mezzo mondo, biologi e ricercatori marini stanno cercando di decifrare il linguaggio dei delfini e, soprattutto, di dialogare con loro; così come si stanno moltiplicando studi ed esperimenti per interpretare i maestosi «canti» delle balene. Che gli oceani siano incessantemente percorsi da suoni, echi, gemiti, richiami, fischi, gli scienziati lo sanno. E più le creature sono evolute, come nel caso dei mammiferi marini, più il modo di comunicare è complesso. Ma solo negli ultimi anni, grazie a tecnologie avanzate (computer indossabili per i ricercatori subacquei) e all’intelligenza artificiale (algoritmi che agiscono da interpreti-traduttori), si sta scoprendo quanto questo linguaggio sia ricco e articolato.
«Sappiamo che “parlano”. Solo non sappiamo che cosa dicono. E vogliamo scoprirlo» dicono gli scienziati del sito DareWin. Il loro team, composto da ingegneri, biologi, fisici, cineasti ed esperti subacquei, ha raccolto negli ultimi sette anni la più ampia collezione di video e audio del mondo dei cetacei. E sulla loro piattaforma online (www.darewin.org) li mettono a disposizione della comunità scientifica mondiale. Di questa immensa sinfonia subacquea, le melodie delle balene, arcaici giganti del mare, sono le creazioni più evocative.
«Tra i più sofisticati metodi di comunicazione nel regno animale» sostiene Stephanie Sardelis, ecologa della Columbia University. «A rendere affascinanti i canti è la loro struttura: grida, crepitii e gemiti compongono unità arrangiate in frasi, le frasi diventano temi, i temi multipli ripetuti creano le canzoni. È una sorta di grammatica». Circondati dal buio, gli abitanti del mare hanno, come primo senso, l’udito, un superpotere che usano per orientarsi, chiamarsi, localizzare le prede.
«Gli enormi nervi acustici delle balene hanno il diametro più grosso mai registrato in qualsiasi creatura di qualsiasi genere» precisa l’etologo Carl Safina nel libro Al di là delle parole (Adelphi). «In tal modo trasmettono grandi quantità di informazioni acustiche ad altissima velocità. Al confronto, il routing del nostro cervello è come quello di un lentissimo modem». Che cosa si dicono le balene, con i loro canti ancestrali che percorrono migliaia di chilometri? In gran parte sono fragorose serenate d’amore. «Vengono intonate dai maschi durante la stagione degli accoppiamenti, da soli o in gruppo.
È il loro modo per dire alle femmine “io sono forte, ho ottimi geni, sono più adatto per te di un altro”» dice Simone Panigada, presidente dell’Istituto Tethys. Lungi dall’essere richiami improvvisati, sono composizioni che, come i «grandi classici», vengono ripetute per generazioni (anche per 40 anni). Ma, proprio come succede per le nostre canzoni, possono passare di moda. Uno studio apparso a gennaio su Royal Society Open Science, condotto su due gruppi di megattere di oceani diversi, Indiano e Atlantico, mostra che le balene possono cambiare gusti e adottare i canti altrui. Magari perché, alla prova dei fatti, si rivelano «più seduttivi».
L’esempio migliore lo ha raccontato Peter Tyack, docente scozzese di biologia all’Università di St. Andrews, di fronte al pubblico delle conferenze di Ted Talks: «Sulla costa nord orientale dell’Australia, per anni, le megattere emettevano il loro tipico canto. A un certo punto, nelle loro registrazioni, i biologi si accorsero che i canti erano cambiati, e riecheggiavano quelli delle balene della costa occidentale. I vecchi canti erano scomparsi. Tutte cantavano le melodie della costa ovest. Era come se una nuova moda avesse cancellato lo stile precedente, nessuna stazione radio trasmetteva più i vecchi successi!».
Le balene non cantano solo per accoppiarsi. Emettono suoni anche per localizzare e «scansionare» le prede, socializzare, mantenersi in contatto gli uni con gli altri. Certo è che queste serenate sono tra i fenomeni marini più stupefacenti, tanto che in occasione del lancio del nuovo smarphone Mate 20 Pro, lo scorso novembre, la Huawei ha utilizzato l’intelligenza artificiale del suo processore per trasformare i canti di corteggiamento delle megattere in musica comprensibile all’orecchio umano. L’esperimento, condotto insieme al Wwf Italia e chiamato «Frequency of love», è un’intelligente idea di marketing che ha unito tecnologia e natura.
Se con le balene, al di là delle scoperte sui loro talenti musicali, è francamente difficile interagire (figurarsi instaurare un dialogo alla pari), con i delfini la sfida è aperta. Nella città di Jupiter, in Florida, sono famosi gli esperimenti del team di Denise Herzing, fondatrice del Wild Dolphin Project. I ricercatori si immergono indossando un computer subacqueo chiamato Chat, una tastiera sull’avambraccio da cui attivare una serie di suoni artificiali, simili a quelli dei delfini e associati a oggetti «giocattolo» che i cetacei amano molto (una sciarpa, una fune...), e idrofoni per localizzare i richiami dei cetacei. Pronti, via. Il sub A emette il fischio per la sciarpa, per esempio, e il sub B quello per la fune.
Il delfino partecipa imitando il fischio che corrisponde a quel giocattolo, e facendoselo dare esattamente dal sub che possiede l’oggetto perché quest’ultimo glielo «ha detto». Ed è così che succede. Il Chat è progettato per permettere ai delfini di chiedere delle cose, e l’idea è di farlo funzionare a doppio senso: registrare nel computer i fischi-firma dei delfini, ossia i loro «nomi individuali», e chiamare un esemplare in particolare; e, anche, inserire dei fischi-firma associati ai singoli ricercatori, così il delfino può chiedere di interagire con un sub piuttosto che un altro. Sarebbero le prime prove di «dialogo» tra due specie diverse.
Laura Pintore, naturalista etologa del Wwf e dell’università di Torino, è convinta che il linguaggio dei delfini sia assai più complesso di quello che crediamo: «Sono troppo intelligenti per pensare che il loro sistema di comunicazione si limiti a istinti e necessità. È un linguaggio che trascende. Come spiegare, altrimenti, un sistema sociale dove esiste il servizio reciproco di baby-sitting e di accudimento dei vecchi, e dove ci sono riti funebri, una sorta di processione che porta in superficie il corpo di un esemplare morto. E poi sono gelosi, fanno sesso per il piacere di farlo e non solo per riprodursi, si drogano persino». Prego? «Sì, mordicchiano il pesce palla, che per noi è velenoso ma nel loro caso arriva semplicemente a una soglia che li sballa, e se lo passano l’un l’altro».
Una conversazione con un cetaceo che si fa le canne potrebbe essere interessante, in effetti. Potrebbe riservare sorprese come nel celebre Guida galattica per autostoppisti. Ricordate? Nel film la Terra sta per essere asfaltata da un autostrada cosmica e i delfini, che ne hanno sentore, cercano di avvertire gli uomini facendo grandi salti nelle vasche. Ma gli esseri umani sono ottusi: le acrobazie vengono interpretate come un modo per ottenere cibo. Alla fine i delfini rinunciano a farci capire e abbandonano il pianeta cantando con allegro cinismo «So long, and thanks for all the fish». Addio e grazie per tutto il pesce. Gli scienziati contano di riuscire a parlare «il delfinese» entro il 2022. Ecco, è un’ottima idea.
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