Non ci sono più colori per tanti fazzoletti

Pubblicato domenica, 19 gennaio 2020 ‐ Panorama

Vent’anni fa in Argentina gli insegnanti universitari lamentavano che gli studenti arrivavano con grandi difficoltà sia di comprensione nella lettura, sia nella capacità di esprimere un'idea attraverso la scrittura.  
Purtroppo non sto qui a cercare di raccontare come il sistema educativo sia decollato in questi vent’anni né come, dalla vegetazione rigogliosa del mio litorale argentino amato, spuntino nuovi Borges e Cortázar. No. Sono qui a cercare di trovare le parole che dicano qualcosa, ma con cautela, senza escludere nessuno (né nessuna né nessunx), che non offendano minoranze feroci né maggioranze suscettibili. Quindi, sono sicura che qualsiasi cosa verrà fuori, non farà ridere. Perché non possiamo più prenderci in giro, non possiamo più alleggerire il peso dell’essere difettosi ridendoci sopra. Chiedo perdono: del nostro essere non difettosi ma «diversamente virtuosi».
Ora gli ultra settantenni vengono chiamati «adulti maggiori» sui giornali, al posto di anziani o vecchi. E con questa gentilezza politicamente corretta e inclusiva, annunciano che gli verrano deturpati ancora le misere pensioni, che le assicurazioni non coprono i loro farmaci, che i tempi di ‘onore al vecchio saggio’ son finiti. Fuck you, adulto maggiore. 
Chissà quando arriverà il momento in cui si dichiarerà offensiva la parola ‘bambino’ e annunceranno la mancanza di asili e di assistenza sanitaria chiamandoli «adulti minori». Anche se ‘minore’ è già un po offensivo, declassante. L’epoca degli anti eroi è finita. Propongo chiamarli «non ancora adulti». 
Sembra però che la parola ‘adulto’ ancora tenga. Bene. Come dire ‘caviale’ o ‘magma’, un qualcosa di pregio che pochi conoscono, qualcosa di buono, asessuato. 
Basta ciechi, paralitici, sordi e muti, machi e zoppi: «Diversamente abili» troveranno il modo di tonare a casa sui marciapiedi scoppiati, rampe (se ci sono) bloccate dalle macchine, facendo uso della loro sviluppatissima intuizione. 
Ai bambini daremo delle notebook gratis così non disturbano, si siedono lì da qualche parte  e non rischiano di guardare il cielo e pensare di muoversi, di volere attraversare una strada e perire miseramente sotto l’arroganza ignorante degli automobilisti con i vetri chiusi e i semafori rossi. 
I cani non saranno più cani, ma «diversamente umani» e ci sarà un bonus cane per poter andare a comprare i croccantini lì, dal parrucchiere per mascotte, subito dopo il cassonetto dell’indifferenziata, da dove un bambino è dentro e cerca cibo mentre un altro fa il palo fuori nel caso arrivi il camion della raccolta indifferenziata. Inutile poi aggettivarla perché non ce n’è altra.
Passano gli anni e questo paese duole sempre più. Il degrado e la disperazione si riproducono al ritmo della nascita di nuovi ministeri, rappresentanti dell’identità mille volte frammentata. Non ci sono già colori per tanti fazzoletti. Dovranno scolorarsi con le lacrime tristi e analfabete di chi sarà stato forzato a un nuovo linguaggio, che storpia, stride e intralcia il pensiero, e si sentirà cose strane girare nel petto e non avrà parole per spiegarlo al suo diario né potrà baciare perché sarà reato. Mentre i cattivi, che sopravvivono a tutte le epoche e a tutte le mode, continueranno a lanciarci giocatoli concettuali come noccioline nella gabbie. E quando i bambini di oggi «saranno adulti maggiori» in questa terra saccheggiata, forse guarderanno i giovani e diranno «chiamami vecchio, ragazzo, e dammi il braccio per attraversare la strada».

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