Migranti, la lezione degli albanesi

Pubblicato lunedì, 11 febbraio 2019 ‐ Panorama

Nessuno lo ricorda più, ma bastano le collezioni dei giornali dell’epoca a rinfrescare la memoria. Accadde all’inizio di agosto del 1991, quando a Palazzo Chigi c’era ancora Giulio Andreotti. Al suo fianco, come vicepremier, sedeva Claudio Martelli, il braccio destro di Bettino Craxi, mentre alla guida del ministero dell’Interno provvedeva Vincenzo Scotti, un democristiano di lungo corso che è ancora sulla breccia, anche se non più in politica. Degli Esteri si occupava Gianni De Michelis e l’Immigrazione invece era presidiata da Margherita Boniver, un’altra craxiana di ferro. L’Unione Sovietica era crollata da un paio di anni, un collasso che aveva travolto tutti i regimi comunisti dell’Europa dell’Est. Tutti, tranne uno: quello instaurato da Enver Hoxha a Tirana. Nonostante la sua morte, avvenuta nel 1985, il Partito del Lavoro da lui fondato continuava a tenere in scacco il Paese con il pugno di ferro. Ma all’inizio del 1991 cominciarono i primi segni di cedimento: la crisi economica aveva fiaccato la lunga dittatura comunista. L’Albania, che per anni era stata isolata dal resto del mondo e dalla quale fuggire era impossibile, stava implodendo e gli albanesi scappavano, alcuni per fame, altri inseguendo la libertà. La meta più desiderata era l’Italia e il 7 agosto una folla di migliaia di persone disperate prese d’assalto un bastimento appena giunto da Cuba con un carico di zucchero: il Vlora. In poco tempo la nave, che era attraccata a Durazzo, fu svuotata delle casse giunte dall’Avana e più di 20 mila persone salirono a bordo, costringendo il comandante, Halim Milaqi, a salpare per l’Italia. Il mercantile fece rotta verso Brindisi, ma una volta giunto in prossimità del porto fu costretto a dirigersi altrove, perché la prefettura negò l’attracco. Il Vlora allora puntò verso Bari, dove le autorità, una volta avvisate, disposero delle pilotine all’ingresso del porto per bloccare la nave e rispedirla a Durazzo.
Milaqi, che era circondato da uomini armati (tra quelli che avevano preso d’assalto la nave c’erano anche avanzi di galera scappati dalle prigioni del regime) e temeva una rivolta, a questo puntò forzò il blocco, dicendo di avere persone ferite a bordo. Il mercantile fu fatto attraccare nel punto più lontano della città, nella speranza di tenere sotto controllo la situazione e di rimandarlo indietro il più in fretta possibile. Ma il piano fu travolto dalla realtà, perché nonostante lo schieramento di poliziotti, carabinieri e perfino di qualche reparto dell’esercito, gli albanesi cercarono vie di fuga per raggiungere la città. In breve si stabilì di trasferire una parte delle persone nello stadio della Vittoria e di rinchiuderle lì. Già, perché per evitare che i profughi si disperdessero, fu deciso di serrare i cancelli di ferro.
Per otto giorni migliaia di albanesi rimasero dentro quell’inferno, con acqua e cibo lanciati dall’alto, per mezzo di un’autoscala dei vigili del fuoco, perché la distribuzione dei viveri ai cancelli non consentiva di raggiungere tutti.
Nel frattempo, i profughi rimasti sul molo venivano imbarcati a forza sul traghetto Tiziano, mentre altri furono trasferiti all’aeroporto di Palese e caricati su C-130 dell’Aeronautica. Una volta rispediti a casa quelli rimasti al porto, il capo della polizia Arturo Parisi si incaricò di trattare con gli albanesi rinchiusi nello stadio, promettendo loro che sarebbero stati trasferiti in altre città italiane. In realtà anche loro furono caricati sui traghetti e sugli aerei e riportati a Tirana.
Vi chiedete perché abbia perso tempo a rievocare una storia sepolta nella memoria di quasi trent’anni fa? Perché all’epoca a nessuna Procura venne in mente di aprire un fascicolo a carico del ministro dell’Interno o del governo in carica per sequestro di persona. E dire che in quel caso di sequestro si trattò davvero e per di più con l’uso dello stadio che - come è noto - dopo il golpe di Pinochet in Cile, quando è impiegato a scopo di ordine pubblico evoca i peggiori regimi. Ma nel 1991 a nessun giudice passò per la testa di mettere sul banco degli imputati Andreotti, Martelli, Scotti, De Michelis, la Boniver o Parisi. Né si alzò qualche costituzionalista a dire che il governo aveva violato la Costituzione e che la legge impone di soccorrere tutti quelli che pretendono di sbarcare sulle nostre coste. Eppure gli albanesi fuggivano dalla miseria e da un regime vero, forse più feroce di quelli da cui scappavano i profughi della Diciotti per cui Matteo Salvini è finito nei guai. Altri tempi direte voi. Sì, soprattutto altri mezzi di lotta politica. Il Pci (anzi il Pds, perché pochi mesi prima il Partito comunista si era sciolto nel Partito dei democratici di sinistra) se ne stette zitto e rinunciò a mettere in mezzo i giudici. Forse lo fece per la vergogna di quei compagni che fuggivano da un regime comunista che li aveva affamati. Ma ora a sinistra non c’è più nessuno che si vergogni. E infatti vanno in Procura a denunciare Salvini.                                 n
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