Garattini: “Metà dei farmaci sono inutili”

Pubblicato martedì, 12 febbraio 2019 ‐ Panorama

«Professore, se cammina così veloce non le sto dietro...». Silvio Garattini, 90 anni di cui 70 dimostrati, gli altri 20 nascosti chissà dove, con imperiosa gentilezza ha preso il mio cappotto e mi precede, diritto e rapido, per i luminosi meandri dell’Istituto Mario Negri di Milano, di cui è presidente oltre che fondatore e anima indiscussa. Scienziato e farmacologo di fama internazionale, da sempre conosce benefici ed effetti collaterali di ogni medicinale. E da sempre, con implacabile garbo, sostiene che metà dei farmaci che troviamo sugli scaffali delle farmacie (e che ci affrettiamo ad acquistare, sperando siano la definitiva soluzione ai nostri problemi) sono «perfettamente inutili».

Inutili perché di scarsa efficacia; oppure perché presi quando non serve farlo; inutili infine perché superflui, l’ennesimo prodotto fotocopia che, sotto un nome diverso ma identica molecola, va a intasare un mercato già saturo di infinite scatolette che promettono la stessa cosa. Un mondo di pillole «ehi, ci sono anch’io» che fanno lievitare la spesa del Servizio sanitario nazionale (22 miliardi di euro annui solo per i farmaci). Un supermercato ridondante e caotico nel quale, ora, si sta per «fare pulizia». Entro i prossimi sei mesi, su richiesta del ministro della Salute Giulia Grillo, entrerà in vigore il nuovo Prontuario farmaceutico revisionato dalla Commissione del ministero della Salute di cui Garattini fa parte (insieme ad altri esperti). Obiettivo, eliminare il futile e l’inutile, e risparmiare miliardi.
Seduto all’altro capo di un tavolo ordinatissimo, Garattini sorride, pronto a spiegare come e perché, dal nostro ripostiglio dei medicinali, sarà meglio che iniziamo a eliminare un po’ di cose.
Un farmaco su due è inutile, dice lei. È parecchio. E quali sono? Quelli da banco che prendiamo senza dar retta a nessuno?
Quelli di sicuro, e anche i farmaci prescritti dai medici. Ma per capire meglio com’è che un farmaco superfluo arriva in farmacia, le spiego che percorso fa. Oggi i medicinali vengono approvati a livello europeo, dall’Ema. La legislazione europea dice che devono garantire tre cose: sicurezza, efficacia e qualità. Ma non dice la cosa più importante: qual è il valore in più di un farmaco rispetto a quello che già esiste in commercio.
Quindi un farmaco appena approvato può anche essere peggio o non meglio di altri...
È così. Noi scienziati da tempo insistiamo affinché sia valutato, oltre a «qualità, efficacia e sicurezza», anche il valore terapeutico aggiunto. Cosa che al momento non è richiesta. Tutti i nuovi farmaci approvati vengono riversati sul mercato di ogni Paese. L’Aifa in Italia dovrebbe prendere da questo catalogo ciò che davvero serve, invece prende quasi tutto, con il risultato che abbiamo un mercato intasato: di uno stesso principio attivo possiamo avere anche dieci prodotti  con nome diverso.
Le cosiddette molecole «me-too».
Le molecole «anch’io», che sono la copia della copia della copia. Una revisione fatta da ricercatori indipendenti della rivista francese Prescrire ha stabilito che più del 70 per cento dei farmaci è di troppo.
È lei è d’accordo?
Completamente. Si può discutere sulla percentuale, metà, 70 per cento, ma di sicuro una grande maggioranza di farmaci non è strettamente necessaria, è in esuberanza rispetto a quello che esiste sul mercato. Il problema è che dietro questa ridondanza ci sono le pressioni dell’industria, delle associazioni dei malati che spesso sono spinte dalle aziende, e le aspettative degli stessi pazienti. 
Mi dica qualche farmaco «doppione»...
Per esempio il valsartan, che si utilizza in campo cardiovascolare, o l’alendronato per prevenire l’osteoporosi, oppure l’antinfiammatorio ibuprofene, di cui ce n’è una quantità infinita. Tutti farmaci che esistono in tante versioni, ma il principio attivo è lo stesso. Quello che è grave è che farmaci analoghi hanno poi prezzi differenti.
Prima di venire qui ho fatto l’elenco di quello che c’è nel mio armadietto delle medicine: antidolorifici e analgesici di ogni tipo, statine anticolesterolo, sciroppi e fluidificanti per la tosse, paracetamolo, antiacidi, colliri... Butto via qualcosa?
Guardi, i fluidificanti per la tosse non servono a granché, per fluidificare basta bere acqua. E anche gli antiacidi, visto che li ha citati... Spendiamo 500 milioni all’anno per comperare questi farmaci, i gastroprotettori, che ora si chiamano inibitori della pompa protonica: lansoprazolo, pantoprazolo e così via. Fra i primi 10 farmaci più venduti in Italia ci sono quattro prodotti di questo tipo.
Inutili?
Il loro uso è giustificato probabilmente in un caso su cinque, non quando abbiamo digerito male o ci viene un po’ di mal di stomaco.
Immagino lo stesso discorso valga per gli epatoprotettori, che servono per proteggere il fegato...
Non ci sono evidenze scientifiche della loro efficacia.
Parliamo di statine, sono un farmaco importante, non può negarlo. Giusto prenderle se si ha il colesterolo alto?
Nel rischio di infarto cardiaco bisogna tenere conto di tanti fattori, il colesterolo è solo uno di questi, va considerato in un contesto. Agli anziani poi dare le statine è rischioso perché i danni sono spesso superiori ai vantaggi. Inoltre, quello che stanno facendo è ridurre i livelli di normalità: 30 anni fa i 240 di colesterolo erano considerati normali, poi si è detto 220, adesso si dice «il più basso possibile». Chiaro che se prevalgono queste idee diventiamo tutti malati.
Adesso si parla anche di pre-ipertensione.
Pre-ipertensione, pre-diabete... anche qui, un tempo 120 di glicemia era ritenuto normale, si consigliava magari di migliorare lo stile di vita, di fare più esercizio fisico che abbassa la glicemia. Oggi invece lo si definisce pre-diabete. Ma questo fa passare l’idea che siamo tutti malati prima di esserlo, e ci spinge a consumare farmaci. 
Un farmaco che viene dato regolarmente, appena una donna entra in menopausa, è la vitamina D, oltre agli integratori per il calcio. Ha senso?
La vitamina D non diminuisce né le cadute né le fratture. Può anche modificare la densità ossea, ma non cambia il risultato finale. Eppure si spendono 280 milioni all’anno di vitamina D e derivati, li danno a tutti. Non solo. La Moc, l’esame per stabilire la densità ossea di una donna in menopausa, prende come riferimento la densità delle ossa di un uomo giovane.
E quindi l’esito indicherà sempre una fragilità...
Ovvio. Andrebbe poi eseguita ogni due-tre anni, perché serve a vedere cambiamenti che avvengono lentamente, invece è un esame ripetuto in continuazione. Come per molti farmaci, l’uso che se ne fa è scorretto. 
Noi pazienti sbagliamo di sicuro, ma spesso lo facciamo seguendo le indicazioni dei dottori.
Anche i medici sbagliano, certo. Adesso c’è la tendenza a prescrivere a una persona anziana ma sana la cardioaspirina, non va bene perché i dati ci dicono che i danni sono superiori ai benefici.
È anche diffuso il concetto che il «nuovo» farmaco, in quanto tale, sia migliore di quello vecchio, sinonimo di sorpassato e antiquato...
Ma non c’è alcuna prova che sia così. Abbiamo per esempio enfatizzato i sartani, un gruppo di farmaci anti-ipertensivi, rispetto a quelli che si chiamano ace-inibitori. Ma gli studi comparativi sono assenti. Nei test fatti dalle aziende, i farmaci vengono confrontati con i placebo. Le faccio un altro esempio. Per tanti anni i farmaci contro la sclerosi multipla non sono stati studiati contro l’interferone, il farmaco di riferimento, ma contro il placebo. Certo che erano meglio, ma io paziente voglio che siano più efficaci di quelli che esistono adesso. Se davvero un farmaco è meglio di uno più vecchio, allora l’altro dovrebbe essere tolto dal commercio, ma così non è.
Semplicemente, si aggiunge agli scaffali del farmacista...
E per capire che questo sistema non funziona, basta guardare a quanto si spende a livello regionale procapite. La Campania, per esempio, spende procapite quasi il 20 per cento più della Lombardia.
Si ammalano di più?
No, se si va a guardare quanti farmaci danno, sono meno di quelli della Lombardia. Ma si prescrivono quelli che costano di più. È il segno che c’è una distorsione nel mercato. Aggraviamo la spesa per il servizio sanitario con una schiera di farmaci superflui. Mentre potremmo usare quei soldi per altre cose. Spendiamo per i farmaci 22 miliardi di euro l’anno sui 115 a disposizione, una cifra enorme. Nel quadriennio 2013-2016 il governo ha dato al Servizio sanitario 2 miliardi e 800 milioni in più, e 2 miliardi se li è presi il settore farmaceutico per l’aumento della spesa.
Questa «medicalizzazione» di ogni cosa spiega anche il consumo sempre più diffuso di antidepressivi? Sono triste, ergo sono depresso, ergo prendo il Prozac?
La maggior parte delle depressioni è di tipo reattivo, di fronte a un evento negativo della vita certo non siamo felici, ma non è che dobbiamo prendere subito l’antidepressivo. Anche qui si è abbassata la soglia con cui si definisce una malattia. Negli anziani poi il loro uso dà sedazione e aumenta il rischio di cadute e fratture. Parliamo poi delle benzodiazepine, altri farmaci abusati: in forme gravi di ansietà sono utili, ma se andiamo a guardare quanto si spende per il loro consumo, c’è un eccesso incredibile. E poi danno dipendenza.
Forse pensiamo che c’è una pillola per tutto perché pensiamo che tutto abbia bisogno di una pillola...
Abbiamo creato un mercato dei farmaci che ha bisogno di entrare il più possibile tra i sani. Dovrebbe esserci la consapevolezza che ogni medicina ha anche effetti tossici, per cui poi c’è bisogno di ricoveri in ospedale o di altri farmaci per compensare gli effetti tossici dei primi e così via. Il mercato enfatizza i benefici, non dice quali sono i danni.
Da un lato siamo ingordi di farmaci, dall’altro diffidiamo della scienza. Tanti genitori scelgono di non vaccinare i figli. Non è eccessivo, chiedono molti, sottoporre un bambino a un vaccino esavalente? Non è meglio scaglionare le dosi?
I vaccini sono assolutamente necessari, sono i farmaci più sicuri, si usano poche volte e il loro beneficio dura tutta la vita. E poi, c’è un’esavalente e un tetravalente, con cui si coprono dieci vaccini. Perché sottoporre un bambino a dieci iniezioni e farlo piangere dieci volte anziché due?
Il vaccino per l’influenza?
È utile, non protegge nel 100 per cento dei casi, diciamo nell’80, però non dimentichiamo che ci sono ogni anno 5-6 mila persone che muoiono di influenza. Io per esempio mi vaccino.
E che farmaci prende?
Nessuno.
Sta scherzando. È arrivato ai 90 anni senza nessuna medicina? Avrà dei buoni geni...
Può essere, o forse mi è sempre andata bene. Ma vede, conta moltissimo lo stile di vita. Io non ho mai fumato, bevo pochissimo alcol, mangio una sola volta al giorno. Vogliamo la salute come un diritto, ma ai diritti corrispondono dei doveri. C’è anche il dovere di mantenerla, la salute.
A proposito di prevenzione. Veniamo incoraggiati a fare analisi del sangue, check-up total body, mammografie, esame del Psa, tac, risonanze magnetiche... Esageriamo?
È sicuramente un eccesso la continua ripetizione di certi test, c’è gente che fa esami ematologici ogni tre mesi. Ma poi, se uno fuma è inutile che faccia la tac al polmone e continui a fumare. C’è più voglia di fare esami che di modificare la propria vita in modo da star bene.
Nelle varie offerte terapeutiche ci offrono anche ozonoterapia, camere iperbariche per l’ossigenoterapia...
Il suo commento?
Al di là delle problematiche legate al mondo dei sommozzatori non c’è evidenza della loro reale efficacia, come della maggior parte delle cose che si fanno in ambito riabilitativo, per esempio i campi magnetici per l’artrite: tutte forme riabilitative con scarse basi scientifiche. Così come le terme.
Non mi dirà che le terme non fanno bene...
Anche qui, di prove ce ne sono poche. Certo, stare in una casa di cura termale dà benessere, ma non dovrebbe pagarle il Servizio sanitario nazionale. Fa parte dei suoi tanti sprechi.
Però, si metta nei panni di un paziente: come fa a stabilire se il farmaco che prende è inutile o non va bene per lui se magari glielo ha consigliato il dottore? Non dovrebbe saperlo il medico, piuttosto?
Il paziente non può, certo. Il problema è l’informazione che arriva ai medici, che proviene dall’industria o dagli informatori farmaceutici. Ed è un’informazione asimmetrica. Dov’è quella indipendente? Dov’è l’attività dell’Aifa, del ministero della Sanità, degli assessorati?
Nel nuovo prontuario farmaceutico, alla fine, dove si farà «pulizia»?
Un po’ in tutti i campi. L’obiettivo sarà togliere i farmaci superflui
o i doppioni ed equiparare il costo:
a parità dei benefici, parità dei prezzi. Contiamo di risparmiare in tal modo almeno il 10 per cento della spesa farmaceutica.
Andremo in farmacia e scopriremo che il nostro medicinale preferito non c’è più?
Può darsi. Ma ne troveremo un altro che ha lo stesso effetto.
Lei è considerato un nemico dai fan dell’omeopatia, un altro dei suoi grandi bersagli. Ma non mi pare che sia un grande amico neppure delle multinazionali farmaceutiche. È amico di chi, alla fine?
(Allarga le braccia e fa un ampio sorriso). Degli ammalati.
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