Alan Stivell: “In Italia mi sento a casa” – Intervista

Pubblicato giovedì, 14 marzo 2019 ‐ Panorama

Assistere a un concerto di Alan Stivell, il virtuoso dell’arpa celtica per antonomasia, è un’esperienza multisensoriale e olistica da provare almeno una volta nella vita, in cui si viene catapultati in una dimensione altra, a cavallo tra tradizione e contemporaneità.
A lui si deve la rinascita dello strumento e della musica tradizionale bretone, oltre alla codificazione di quella che viene oggi definita, a volte impropriamente, musica celtica.
Dopo oltre venti album e cinquant’anni di concerti, Stivell non ha alcuna intenzione di interrompere il suo lungo percorso di esplorazione di atmosfere musicali differenti, rimanendo fedele alle suggestioni dell’arpa, riproposta però in maniera assolutamente originale ed aperta alle influenze più moderne.
Ne sono una prova le venti canzoni del recente album “Human-Kelt” (World Village/Self), al quale  hanno collaborato molti grandi esponenti della scena musicale internazionale, tra cui Angelo Branduardi, Bob Geldof, Yann Tiersen, Carlos Núñez, Francis Cabrel, Fautomata Diaware, Murray Head e Andrea Corr.
I nuovi brani, oltre ai classici del suo repertorio, saranno proposti nei tre imperdibili concerti, prodotti da Musical Box 2.0 di Roma (21 marzo, Auditorium Parco della Musica), Mestre (22 marzo,Teatro Corso, Venezia) e Morbegno (23 marzo, Auditorium Sant’Antonio, Sondrio).
Interprete eccelso nelle ballate e nelle danze celtiche di sapore tradizionale, Alan Stivell è stato tra i primi, nella musica celtica, ad esplorare anche sonorità più moderne, portando con grande maestri gli strumenti tradizionali ed i testi bretoni, in un mondo attuale fatto di suoni e musica elettronica e fondendo suggestioni dalle tradizioni di tutto il mondo.
Stivell canta in inglese, in francese, in gaelico. Suona il flauto, le cornamuse e l'arpa. E’ lei, più di ogni altra cosa, a proiettare fuori dal tempo la sua musica. D’altra parte Il vero nome del bretone Alan Stivell, nel suo idioma d’origine, è Alain Kozh Stivelloù, che significa letteralmente «vecchie fonti». Quasi un presagio per quella che diventerà poi la sua musica.
Mr.Stivell, in una carriera lunga 50 anni e con 24 album, fin dall'inizio ha cercato una fusione tra trame celtiche e diversi generi musicali. Ha implementato lo stesso sforzo anche negli arrangiamenti e nei metodi musicali ?
“Certamente. Ci sono elementi celtici in tutti gli aspetti del mio lavoro, compresi quelli consci e quelli inconsci, così come altri che arrivano da ogni parte. Questo è anche vero nel suonare l'arpa: il mio allenamento classico è ancora lì, ma la mia cultura l'ha molto deviato. E la mia curiosità mi ha portato ad adattare il picking piatto di chitarra folk o l'influenza di Cora o altre tecniche più vicine all'auto-arpa . Lo stesso per gli arrangiamenti, sempre molto eclettici”.
Ho letto che il suo primo incontro con la musica è avvenuto attraverso lo studio del pianoforte. Può dirci quando si è innamorato dell’arpa e come?

“Avevo cinque anni quando ho inziato le prime lezioni di piano. Ma quando mio padre decise di far rinascere l'arpa celtica e di costruire questa arpa-Stradivari, mi è bastato il primo accordo per decidere che quello sarebbe stato il fulcro della mia vita. Avevo nove anni”.

Mentre suonava l'arpa negli anni '50, nessuno sembrava essere interessato a questo strumento. Negli anni '70 lo hanno imparato i bretoni, dando il via a una tendenza in continua crescita che al momento è ancora in corso. Lei è stato un precursore: l'avanguardia nella musica è qualcosa di possibile anche al giorno d'oggi?

“E’ vero, nei primi anni '50 ero l'unico bretone che suonava l'arpa celtica (allo stesso tempo pochissimi irlandesi lo usavano solo a casa mentre cantavano), ma ha affascinato molte persone tanto che, nel 1960, era già suonato da una ventina di bretoni e da altri. Poichè ero un già artista professionista, presente negli spettacoli televisivi in ​​prima serata, tra la fine degli anni sessanta e settanta mi hanno visto migliaia di nuovi arpisti, non solo in Bretagna ma addirittura dal Giappone e dall'Italia. Anche oggi molte persone inventano e creano. Attraverso internet possono teoricamente promuovere se stessi, ma non èc osì facile. Ma non credo che oggi sia più utopistico rispetto a quando ho iniziato io”.

Nel suo ultimo album "Human-Kelt" ha collaborato con grandi esponenti della scena musicale internazionale, come Angelo Branduardi, Bob Geldof, Yann Tiersen, Carlos Nuñez, Francis Cabrel, Fautumata Diawara, Murray Head e Andrea Corr. Come sono nate queste collaborazioni e che cosa ha imparato da questi grandi artisti?

“Sono sempre stato sorpreso dal fatto che, quasi tutti quelli a cui chiedo di collaborare, mi rispondono di sì! Pensando alle nuove versioni di cose antiche, ho sentito Andrea cantare in gaelico e le ho proposto una nuova versione di una vecchia canzone gaelica suonata in precedenza come arpa solista. Ho pensato a Murray per una versione bilingue e anche trilingue di Reflets precedentemente cantata in francese. Fatoumata è stato due giorni di relax in Italia e potrebbe andare in uno studio nel quartiere per registrare una canzone dedicata alla solidarietà umana. Lo stesso regalo che mi ha fatto Bob Geldof”.

Com'è il suo rapporto con il pubblico italiano? Che cosa dobbiamo aspettarci dai suoi concerti a Roma, Venezia e Sondrio?

“Ogni artista ti risponderebbe "fantastico": ma per me è veramente così. Ad esempio, l'Italia è l'unico paese in cui ho potuto fare un giro di stadi e luoghi all'aperto per migliaia di persone all’inizio degli anni '80. Portofino è stato il primo concerto oltre i confini francesi, nel lontano 1966. Ed è uno dei paesi in cui torno più spesso”.

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