Flessibile, tecnologica e responsabile: la scuola del futuro per Laurene Powell Jobs 

Pubblicato giovedì, 08 novembre 2018 ‐ La Stampa


«Come lui stesso dice, il presidente Trump usa la paura per dividere le persone, e lo fa in modo efficace per far sì che il suo elettorato lo voti». Sul palco del teatro Odeon di Firenze, ad aprire la diciannovesima edizione de “Il quotidiano in classe”, c’è Laurene Powell, la vedova del fondatore di Apple Steve Jobs. Si definisce di origini «irlandesi, inglesi, e chissà, forse un po’ italiane» e plaude all’iniziativa organizzata dall’Osservatorio Permanente Giovani-Editori. «Serve perché nell’epoca delle fake news non dobbiate arrendervi all’idea che altri vi dicano cosa è vero e cosa falso, ma riusciate a sviluppare le competenze per capirlo da soli», spiega al migliaio di studenti presenti Andrea Ceccherini, fondatore dell’Osservatorio. «Bisogna avere delle fonti affidabili e rispettate. In America esistono, sono certa che ci siano anche in Italia. E se così non è, il vostro compito è crearle», aggiunge la Powell Jobs rispondendo a una domanda degli studenti. 
 
È una delle donne più ricche del mondo, con un patrimonio stimato di oltre 20 miliardi di dollari, tra azioni Disney e Apple. Ma è anche una filantropa con ambizioni globali: «Vogliamo costruire ponti, colmare i divari tra le persone», dice. Prima di sposare il fondatore di Apple, nel 1991, si era occupata di fondi di investimento e alimenti biologici, è editrice della rivista The Atlantic, ma la sua vera passione è la didattica. Nel 2004 ha fondato Emerson Collective, un’organizzazione che sostiene gli imprenditori sociali e le organizzazioni che operano nel campo dell’istruzione e della riforma dell’immigrazione, della giustizia sociale, del giornalismo e dell’arte. «Il sistema scolastico americano risale al 1906 ed è stato creato per formare la forza lavoro che ci serviva un secolo fa. Non ha senso contare le ore di matematica, inglese, storia: bisogna valutare le competenze. Nelle nostre scuole non ci sono divisioni tra le materie, lavoriamo con gli insegnanti, perché il miglior modo di prepararsi a risolvere i problemi del futuro è affrontarli organicamente».  
 
Sono oltre 700 i percorsi didattici ideati da XQ Superschool, l’organizzazione da lei creata per «ripensare la scuola in America», che finora ha raccolto 130 milioni di dollari puntando sulla programmazione, la capacità di costruire app, e in generale sulla tecnologia. Che «non sostituirà mai l’interazione umana, ma permetterà a tutti in ogni parte del mondo di ricevere la migliore educazione possibile». D’altra parte, «il 65% dei posti di lavoro che saranno a vostra disposizione non sono ancora stati inventati», spiega agli studenti. «Bisogna considerarsi studenti a vita, evolvere man mano che il mondo evolve», osserva Russlynn Ali, cofondatrice dell’istituto Xq. 
 
A Firenze sposa la causa dell’Osservatorio, che già conta simpatizzanti illustri nel mondo della tecnologia, dal presidente di Google Eric Schmidt al fondatore di WhatsApp Jan Koum, dal Ceo di Twenty Century Fox James Murdoch a quello di Apple Tim Cook, tutti ospiti delle scorse edizioni. «Dovremmo portare anche in America il Quotidiano in classe», dice. «Credo che tutti gli studenti abbiano la necessità di essere messi al centro con la loro attività e debbano avere la capacità di pensare in maniera critica». Una capacità che nell’incontro fiorentino la Powell Jobs esprime chiaramente: definendo «un problema orribile» la diffusione delle armi, invitando i ragazzi a impegnarsi per essere cittadini consapevoli, affrontando il tema dei migranti in Usa. «Se le persone non reagiscono, il presidente andrà avanti per la sua strada, ma stavolta media e opinione pubblica hanno preso posizione in maniera netta: credo che Trump dovrà rivedere la sua politica. Ci saranno altre proteste e manifestazioni, e io sarò in prima fila». In poco più di un’ora, a Firenze si parla di tutto, ma Steve Jobs non viene mai nominato, nemmeno nelle domande degli studenti. Chissà se pure sanno chi è stato.  
 










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