Giorgio Diritti sceglie Elio Germano per il suo Ligabue: "Un mondo antico, dove le comunità accoglievano anche i forestieri"

Pubblicato sabato, 22 febbraio 2020 ‐ La Repubblica.it

lI primo dei due italiani alla Berlinale, entrambi film con protagonista Elio Germano, è quello di Giorgio Diritti, Volevo nascondermi, sulla figura di Ligabue, il grande pittore naïf. Il film (prodotto da Rai cinema e Palomar), in sala giovedì 27, è stato ben accolto al festival tedesco. La storia ci fa incontrare il pittore da bambino, è diverso dagli altri. È stato abbandonato dalla madre italiana a Zurigo, malato di gozzo e rachitismo viene affidato a una coppia di contadini svizzeri tedeschi che lo tengono sostanzialmente per intascare la sovvenzione per l’affidamento. Il ragazzino è isolato, preferisce gli animali agli esseri umano. A vent’anni viene espulso dalla Svizzera e si ritrova in Italia, frammenti di istruzione – a scuola era vessato da un maestro che gli metteva un sacco in testa e tutti i compagni a urlargli intorno – a Gualtieri, paese di origine del padre biologico. Sono anni di fame, solitudine, freddo, stenti. Ma c’è l’incontro con Gualtiero Mazzacurati che lo aiuta a scoprire l’arte e se stesso attraverso la scultura e soprattutto la pittura. Supera così il suo isolamento, l’emarginazione, Toni, creando un mondo di colori e animali esotici. Il film è una grande favola sulla diversità con un Elio Germano perfetto e intensissimo.

Berlinale, Elio Germano: "Il mio Ligabue, un artista bambino con una grande anima" in riproduzione.... Condividi  
Giorgio Diritti, da dove è partita l’idea di un film su Ligabue?

"Parecchi anni fa, quando nella dimensione di un film che stavo facendo c’è stata una situazione che mi ha fatto pensare a Ligabue. Ma questo perché si agganciava a una necessità e una curiosità che da tempo aleggiava nella mia mente rispetto a questa persona così singolare, particolare, affascinante nella sua determinazione e anche nella sua sofferenza".

Ha letto e visto tanto, è andato sulla sua tomba. Par di capire che lei parli anche con Ligabue.

"Ma un po’ sì, nel senso che penso sia quasi normale. Credo che se vuole idealmente o anche più spiritualmente – dipende da quello in cui uno crede nella vita o come si sente – penso che un rapporto di autenticità con lui sia stata la strada giusta per capire il cosa e il come. Questa autenticità non è data solo da elementi evidentemente spirituali ma anche molto dall’aver conosciuto persone che lo hanno frequentato, dall’aver sentito i loro racconti, partecipato ad alcune delle loro emozioni che intorno a quei luoghi ho visto e che lui aveva visto. È stato questo".

'Volevo nascondermi', Elio Germano è Ligabue, il pittore che parlava agli animali in riproduzione.... Condividi  
Il rapporto con Elio Germano?

"Tra noi c’è stato un affidamento reciproco che è stato prezioso per il film. Naturale. Con un confronto e un trovarsi istintivo, senza dirsi troppo. Il momento in cui l’ho trovato straordinario nella scena in piazza Gualtieri, lui in macchina con una donna in una sorta di corteggiamento e mi ha emozionato perché io ero nella macchina dietro e solo sentivo. Quando ho rivisto l’immagine ho capito il talento assoluto si esprime nelle piccole cose, nei dettagli, negli sguardi”.

Un personaggio che ci racconta un tema contemporaneo. Una Italia più povera, rurale ma capace di accettare la diversità e il disagio mentale che in qualche modo è l’altra faccia della metropoli americana e del rifiuto della malattia mentale di Joker.

“È un parallelo molto interessante. È giusto ripensare oggi a un tempo in cui le relazioni sociali erano più autentiche, nelle comunità, nei paesi ma anche nelle città, i quartieri avevano questa bella dimensione di far sì che tutti si conoscevano, si frequentavano, c’era l’antipatico, il matto, il divertente, quello che voleva fare l’artista quello che lo era, il timido e il depresso. Una vastità di persone che però erano in relazione. Un tempo queste comunità avevano anche la capacità di accogliere comunque il forestiero. C’era una dimensione anche di ironia e presa in giro ma in questo si dava un ruolo. Mi viene da pensare in un’altra dimensione geografica e temporale alla figura dei femminielli a Napoli, che hanno un valore sociale importante. Ogni persona, ogni uomo ha un senso e forse dovremmo ricordarci che in questo senso una persona ci può arricchire e non far paura. Perché ci deve sempre fare tutto paura? Dobbiamo avere il coraggio di stupirci rispetto all’incontro con l’altro”.

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Cosa pensa di Joker?

“È un film potentissimo, da un certo punto di vista più spettacolare, ma c’è anche lì nel parallelo una dimensione di reazione e di condizione di una società che oggi ci dà, non offendo spazi e porta a questo tipo di estremizzazione. Quindi i “due parenti” lontani nel tempo ci danno una forte dimensione di interrogazione sul presente perché ci rimandano a un isolamento che non riesce a trovare comunicazione, nel caso di Joker, mentre in quello di Ligabue c’è un coinvolgimento sociale, magari anche difficile, che però porta a far fiorire anche un talento artistico. C’è una grande differenza”.

I suoi quadri preferiti?

“Ho una particolare affezione per due immagini, lo dico in relazione al film, poi tutto il mondo animale è affascinante, ma due quadri mi hanno meravigliato quando li ho scoperti. Uno è La tormenta in Siberia dove c’è immagine fantastica di una slitta attaccata dai lupi, con delle persone, che è una scena per me magica perché ha un sapore da favola, e l’altra che ha un sapore simile, leggermente disneyano, ne ha fatti diversi, in cui si vede una diligenza che porta via qualcuno e questa diligenza nella realtà è il carro con cui lui è stato trasportato in Italia”.

Il rapporto con il festival di Berlino?

“Non ero mai venuto ma ho scoperto che un piccolo documentario fatto su Ligabue era stato a Berlino tanti anni fa, coincidenza curiosa. La Berlinale mi sembra uno spazio ricco e attento alla sostanza, con una sobrietà per certi aspetti ‘ligabuiana’”.

Tag: #Spettacoli #Cinema

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