Direttiva copyright, la protesta di registi e sceneggiatori: "Esclusi dai tavoli dove si decide il nostro futuro"

Pubblicato martedì, 03 marzo 2020 ‐ La Repubblica.it

Metti il successo di Perfetti sconosciuti: diciotto milioni di euro al box office italiano, centodieci nel mondo, venti remake. Chi ci guadagna? Tutti tranne gli autori del film. Perché la remunerazione che ricevano sceneggiatori e registi, per una prassi consolidata che distorce l’articolo 46 della legge sul diritto d’autore, non è agganciata alla diffusione e al successo della loro opera. Scrivo o dirigo un film, faccio il pieno al botteghino, ma i soldi vanno altrove. Un controsenso. Da cui, però, c’è la possibilità di uscire. Perché la Direttiva europea sul copyright, che deve essere recepita entro la fine di marzo, rovescia la prassi italiana riconoscendo agli autori i loro diritti anche economici.


Eppure, da questa partita, essenziale per il loro futuro e per il futuro dell’audiovisivo italiano, gli autori sono esclusi. Semplici spettatori. “Al Ministero dei Beni Culturali c’è un comitato permanente sul diritto d’autore che deve studiare come applicare la Direttiva copyright in Italia: e non è presente neanche un autore di cinema e serie”, denuncia a RepubblicaStefano Sardo, tra i creatori di 1992, presidente di 100autori la più grande associazione italiana di professionisti del settore audiovisivo. Di cui fanno parte registi affermati come Daniele Luchetti. Che ci dice: “Non stiamo partecipando al tavolo in cui verrà formulata la versione italiana della direttiva. Se dovesse uscire fuori una proposta che non sana questa ingiustizia, allora vuol dire che qualcuno vuol farci perdere un treno: ne nascerà un'inevitabile protesta”.


Autori senza diritti. E senza la voce per chiederli. Ma a che punto è il recepimento della direttiva europea? Lo spiega Sergio Giorcelli, consulente legale di 100autori: “Qui in Italia siamo alla fase di schema di disegno di legge delega: è molto corposo perché attualmente ci sono circa una ventina di direttive che devono essere recepite in tempi rapidi. Lo schema di disegno di legge delega è articolato sostanzialmente con un articolo per ogni diversa direttiva da recepire e coinvolge, quindi, tutti i diversi ministeri”. Dallo schema si passerà poi al disegno di legge delega. A quel punto ogni ministero ha il potere di emanare un decreto legislativo. E la preoccupazione è quella di vedere cosa esce fuori. “Di chi è il diritto di incassare i soldi nel mondo dello streaming non è una questione da poco”, continua Giorcelli. Inoltre, la direttiva sul copyright riguarda anche la questione dei big data, dell’uso in rete del lavoro giornalistico. “Proprio perché la direttiva ha questi due tronconi molto diversi, l’auspicio sarebbe dividerli. Servirebbero due decreti, uno per l’audiovisivo e l’altro quello del big data: ne deriverebbe di certo un lavoro più razionale”.


Ma dietro gli aspetti tecnici, c’è una questione di fondo. Se l’audiovisivo è uno dei veicoli principali attraverso cui un paese legge e racconta se stesso, non riconoscere agli autori il legittimo corrispettivo per le proprie creazioni significa mettere in discussione anche la capacità del Paese di auto rappresentarsi. “Certo, per quanto riguarda le serie tv, anche da noi il bouquet della produzione si è allargato grazie all’arrivo di Sky, Netflix, Amazon, Tim Vision: il duopolio Rai-Mediaset è stato spezzato”, ancora Sardo. “Ma l’industria ha imboccato un’altra strada in cui l’autore non è al centro di tutto, non governa il prodotto e questa decisione industriale limita l’emergere di autori e idee vincenti”. E anche se i produttori vogliono avere sempre un portfolio di idee nuove da presentare alle piattaforme “l’aumento della domanda non si è tradotta in un innalzamento dei compensi: anzi c’è stata una sostanziale riduzione per ogni singola fase dello sviluppo. In aggiunta a ciò noi autori non abbiamo nessuna garanzia pensionistica, nessuna maternità, nessun diritto che spetta ai lavoratori inquadrati. L’unico modo che abbiamo oggi per guadagnare meglio è prendere molti lavori, col risultato che alla fine lavoriamo peggio su ogni progetto”.


E se anche un autore decide di puntare sulla qualità, “insomma se io credo in un progetto e sento che potrà far decollare la mia carriera, e se decido di investire tutto il mio tempo, rifiutando altri progetti, questo rischio non mi sarà mai ripagato neanche in caso di successo finale, perché non partecipo agli utili”, continua Sardo. “Immaginatevi Stephen King che non prende un dollaro dalle vendite di It, o J. K. Rowling da Harry Potter: ecco, adesso avete presente quello che succede a noi autori di cinema e tv in Italia”.


Insomma, “se un film va bene, o benissimo, la condivisione degli utili è zero”, dice Luchetti. “Non come i musicisti, che invece una percentuale sugli incassi in sala del film la prendono, in quanto riconosciuti, in barba a noi autori. Noi no, facciamo regia, sceneggiatura, inventiamo un film, ma  non abbiamo diritto a partecipare del successo dell’opera”. E non è solo una questione che riguarda i giovani autori: “Far partecipare  al successo gli autori è interesse di tutta l’industria, perché incentiva a lavorare meglio, verso il pubblico e moltiplicare i progetti sani”. Infine, l’appello: “È ora di sanare questo problema, è una questione di giustizia, non un privilegio. Abbiamo fiducia in Nicola Borelli, appena tornato alla direzione della DG Cinema del Mibact, perché voglia vigilare su questa temi”.

Tag: #Spettacoli #Cinema

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