'Alla mia piccola Sama', una mamma e una figlia sotto le bombe di Aleppo

Pubblicato mercoledì, 12 febbraio 2020 ‐ La Repubblica.it

"Nella calma che precede il massacro, quando mi sembra di soffocare, porto Sama fuori dall’ospedale e prendo con me la videocamera. Ho soltanto il bisogno di vedere persone vive. Cercare di vivere qui in modo normale significa resistere al regime". Waad Al-Kateab è una giovane siriana che dal 2012 al 2016 ha filmato gli anni della rivolta e l'assedio ad Aleppo, i ribelli e la resistenza, i feriti e le vittime, le macerie. Filmando, al tempo stesso la propria vita, l’esperienza di studentessa ribelle, l’amore che nasce con il medico attivista e compagno d’infanzia Hamsa, la nascita della loro figlia Sama (il nome significa “cielo”), proprio nell’ultimo anno della guerra che si rivela il più duro. Quando il regime i suoi alleati russi intensificano gli attacchi aerei e gli ospedali vengono bombardati, compreso quello in cui la giornalista ventenne e il marito vivono con la figlioletta.Alla mia piccola Sama è una lettera d’amore a questa bimba nata sotto i missili russi e i barili bomba, simbolo del genocidio dei bambini siriani, arriva in sala oggi.

'Alla mia piccola Sama', il doc nominato agli Oscar arriva in sala in riproduzione.... Condividi  

È il documentario più premiato di sempre e dopo aver vinto l'Efa europeo e il Bafta britannico, è tra i cinque candidati all'Oscar. Ad aiutare Waad Al-Keteab a trasformare in racconto l’enorme mole di documentazione è stato l’inglese Edward Watts, che firma da co-regista. Waad è la voce narrante di Aleppo, nella versione italiana l’ha doppiata Jasmine Trinca. “Questo non è solo un film per me, è la mia vita. Ho iniziato a raccontare la mia storia personale senza un piano preciso. Filmavo le proteste in Siria con il cellulare, come tanti altri. E non avrei mai immaginato che quei giorni di felicità sarebbero diventati un viaggio di perdita e orrore per i crimini inimmaginabili commessi dal regime di Assad”. La giornalista spiega alla figlia, per quando diventerà adulta, quello che è successo e perché hanno deciso finché è stato possibile, di restare ad Aleppo. Continua a filmare tutto quello che vede intorno a sé, dalla gioia di una ribellione che sembrava possibile alla disillusione rispetto al silenzio del mondo che è rimasto a guardare di fronte alla loro disperazione. Conosciamo gli amici e colleghi della coppia, li vediamo nei momenti di umorismo e tenerezza, di alcuni scopriremo la morte, camminiamo al fianco della cineasta, sul pavimento dell’ospedale pieno di sangue piccoli feriti.


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Ci sono momenti strazianti, in cui è difficile non girare lo sguardo. Davanti a una madre e un bambino morti, Waad dice “Detesto confessarlo, ma invidio la madre di quel ragazzino. Almeno è morta prima di dover seppellire suo figlio”. Si vedono bimbi feriti, i piccoli corpi di quelli che non ce l’hanno fatta, i piedi tenuti insieme da lembi di stoffa bianca. Ma anche la straordinaria emozione di fronte a una donna ferita che partorisce d’urgenza, il neonato esanime che, per miracolo, torna a vivere. Per la mia piccola Sama consegna anche la prova concreta che il regime mirava strategicamente agli ospedali, come documentato dalle organizzazioni per i diritti umani, a partire da Amnesty international. Waad, Hamsa, Sama e alcune famiglie di amici con cui nel film abbiamo condiviso momenti quotidiani, il cibo che scarseggia, le confidenze, l’umorismo che uomini e donne trovano anche nelle situazioni più tremende, hanno alla fine dovuto abbandonare Aleppo devastata e rifugiarsi all’estero. Waad e Hamsa accompagnano nel mondo il film che è testimonianza della loro storia e manifesto di resistenza, sul tappeto rosso dei festival espongono un cartello: “Non bombardate gli ospedali”.

Tag: #Spettacoli #Cinema

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