Perché la manovra del popolo sarà pagata dal popolo

Pubblicato giovedì, 11 ottobre 2018 ‐ Il Sole 24 ORE

Tentativi di flat tax, reddito di cittadinanza trasformato in una carta acquisti, abolizione della riforma Fornero lasciata
in eredità ai contribuenti del futuro. Senza contare i saliscendi borsistici con effetti, potenziali, sulle ricchezze delle
famiglie. Mano a mano che si delinea, la «manovra del popolo» del governo Lega-Cinque si svela più controproducente che favorevole
alle fasce deboli della popolazione. Due fra i casi già menzionati dal Sole 24 Ore sono i giovani e le donne, sacrificati dallo smantellamento di un sistema previdenziale giudicato «più sostenibile» dalla stessa nota di aggiornamento del Def. Ma la lista di azioni che potrebbero incentivare le disuguaglianze si va infittendo in vista dell'invio del testo alla Commissione
europea.
L’ex flat tax e l’effetto boomerang sul precariato
Uno tra i capisaldi del governo gialloverde, soprattutto in quota leghista, dovrebbe essere la flat tax: un'imposta con aliquota
fissa, proposta inizialmente al 15% e da allora modificata a più riprese. La tassa piatta è di per sé è una misura regressiva,
almeno nel senso costituzionale del termine (la Carta prevede una tassazione progressiva, cioè con aliquote che aumentano
in rapporto al reddito). In prospettiva si dovrebbe arrivare a un format con due o più livelli di imposizione, ma nel frattempo
si è raggiunto un compromesso dagli esiti rischiosi per un tema sensibile al governo: il precariato. Come è possibile? La
bozza della manovra programma già nel 2019 un'aliquota al 15% per professionisti, artigiani e commercianti con ricavi fino ai 65mila euro. Niente a che vedere con la flat tax nel vero senso del termine, ma la questione è un’altra.
Tra i possibili beneficiari ci sono oltre un milione di partite Iva, novità che dà alle imprese la possibilità di favorire
il lavoro autonomo rispetto a quello dipendente: perché assumere un professionista in pianta stabile quando si può impiegare
qualcuno fuori dal perimetro aziendale? Il risultato è un boomerang in favore dell'instabilità lavorativa, in teoria fra i
bersagli della maggioranza gialloverde. Tra agosto 2017 e 2018 si è assistita all'ennesima discesa dei dipendenti a termine,
diminuiti di 49mila unità, a fronte del brusco aumento di quelli a termine (+351mila, il+12,6%) e un sussulto di ripresa degli
indipendenti (11mila, lo 0,2% in più). Questi ultimi potrebbero conoscere un nuovo exploit ora, ma non è detto che sia una
buona notizia: il lavoro indipendente in sostituzione di quello stabile aumenta per ovvie ragioni il precariato, deprimendo
anche le prospettive di crescita delle retribuzioni.
Il reddito di cittadinanza diventa un incentivo alle imprese
Per come è stato formulato nel Def, il reddito di cittadinanza si propone come misura antipovertà, sotto forma di assegno
mensile che innalzi le entrate mensili dei beneficiari a 780 euro mensili. La cifra può essere consumata nell’acquisto di
beni di prima necessità, mentre il recepimento è condizionato all’iscrizione a un centro per l’impiego e all’accettazione
di almeno una delle tre proposte che dovrebbero arrivare nell’arco di 24 mesi. La spesa previsa per la misura aggira sugli
8-10 miliardi di euro, a seconda delle dichiarazioni rilasciate dall’esecutivo dopo la pubblicazione della nota di aggiornamento.

Il primo problema, evidenziato anche dal Sole 24 Ore, è che la formulazione attuale della misura rende l’assegno più simile
a un “buono acquisti” che a una politica di creazione del lavoro. La componente passiva del sussidio (la prestazione monetaria)
non è bilanciata da una componente di politiche attive per la ricerca di impiego: insomma, si versano soldi ma non si favorisce
la ricerca concreta del lavoro, delegata in blocco all’efficienza - molto - relativa dei nostri centri per l’impiego. Non
è tutto. A quanto è emerso di recente, il governo potrebbe modificare la misura per introdurre un incentivo a favore delle
aziende che assumono. In pratica, le imprese che mettono sotto contratto un beneficiario del reddito di cittadinanza potrebbe
incassarne l’assegno per i mesi restanti. Il progetto è stato annunciato in un’intervista a SkyTg24 da Stefano Patuanelli,
capogruppo dei Cinque stelle al Senato. «Nel momento in cui l'azienda va ad assumere una persona che esce dal reddito di cittadinanza
- ha dichiarato Patuanelli - trattiene per sé per un periodo il reddito di cittadinanza che doveva essere dato alla persona».
Se confermato, il risultato complessivo della misura sarebbe una sorta di ibridazione fra un sussidio ai lavoratori (l’assegno
di 780 euro iniziale) e un incentivo alle imprese (i soldi che rimangono dopo l’assunzione), in entrambi i casi privo di una
componente di creazione del lavoro e potenziamento degli stipendi.
Quei 100 miliardi di euro sulle spalle dei giovani
Sono già emerse diverse ipotesi, e stime, sull’impatto dell’addio alla riforma Fonero voluto da Lega e Cinque stelle. L’ultima
è quella diffusa dal presidente Inps Tito Boeri. Secondo Boeri, introdurre nel sistema previdenziale la cosiddetta quota 100
(62 anni di età e 38 di contributi, insieme allo stop all'indicizzazione alla speranza di vita) potrebbe sfociare in «incremento del debito pensionistico destinato a gravare sulle generazioni future nell'ordine dei 100 miliardi». La stima di Boeri deriva dallo scenario di un aumento della spesa pensionistica che non si correla né a una riduzione
degli assegni né a un ricambio generazionale di neolavoratori, comunque insufficente a tenere in piedi l’impianto del sistema
previdenziale («Non bastano due giovani neo assunti per pagare la pensione di uno che esce»). Sempre che ci sia davvero un
ricambio generazionale, fenomeno che andrebbe in direzione contraria al trend attuale. Nella fascia dei 15-34 anni sono “scomparsi”
circa 2,2 milioni di occupati fra 2006 e 2016, mentre l’Italia è tra i pochi paesi a non essersi riassestati su livelli precrisi
nella disoccupazione giovanile. A questo ritmo, diventano ottimistici anche «i due giovani neoassunti per uno che esce» immaginati
da Boeri.
La girandola dello spread e i risparmi dei cittadini
C’è chi ha fatto notare che lo spread, il differenziale fra i titoli di Stato tedeschi e italiani, non ha ripercussioni sui
risparmi delle famiglie italiane. A ragion veduta. Da un lato è vero che le fibrillazioni dei listini non eserciteranno un
impatto particolare sulle rate dei mutuari, sia che si parli del tasso fisso (per sua natura immobile fin dal giorno della
stipula) che ci si concentri su quello variabile (collegato al tasso Euribor e in minima parte alle decisioni della Bce,
non certo alle impennate del differenziale fra i nostri titoli di Stato e quello tedeschi). Dall’altro, però, è legittimo
aspettarsi conseguenze in futuro, sempre che si mantenga il clima di turbolenza innescato dal Def del governo Lega-Cinque
stelle. Uno spread elevato aumenta i costi di raccolta per le banche, ovvero l’insieme delle operazioni disposte dall’istituto
per reperire risorse. E costi più alti potrebbero aumentare, per definizione, il costo dei mutui.

Tag: #Notizie #PoliticaEconomica

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