«Infrastrutture, serve un piano-shock»

Pubblicato venerdì, 15 marzo 2019 ‐ Il Sole 24 ORE

Serve uno «shock infrastrutturale» che faccia recuperare al Paese il crollo degli investimenti in opere pubbliche che, tra
il 2005 ed il 2018, è stato del 59,4%, quasi 26 miliardi di euro in meno negli ultimi 10 anni. Serve un «grande piano shock,
come lo ha definito il presidente nazionale di Confindustria, Vincenzo Boccia, parlando ad Altamura ad un convegno sulle infrastrutture
nel sistema apulo-lucano, che, soprattutto al Sud, dove il gap è ancora maggiore, metta in circolo «risorse già stanziate,
occupazione, cantieri e territori». Uno shock indispensabile per il Sud come per tutto il Paese e magari da affidare anche
ad un Commissario straordinario per l’emergenza infrastrutturale nazionale «che va pure bene- ha detto Boccia riferendosi
alla proposta fatta, allo stesso convegno, dal sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri – purchè si sblocchi ad un
mese, non ad un anno e poi si avvii tutto alla normalità senza rincorrere sempre le emergenze».
Vanno superati infatti, e velocemente, deficit infrastrutturali al Sud non più sopportabili, come documenta l’ufficio studi
di Ance nazionale. Così ogni 1000 km quadrati di superficie al Sud ci sono 18 kilometri di rete autostradale, contro i 30
del nord ed i 20 del centro Italia; la dotazione ferroviaria è di 45 km al sud, 63 al nord e 59 al centro; l’alta velocità
è solo in alcune aree del Paese, sulla Napoli-Bari vi è invece l’alta capacità ed un numero di collegamenti con treni ridotto;
per movimentazione il porto di Gioa Tauro è ottavo tra i porti europei. Servono quindi misure forti da attuare velocemente
perchè «la questione infrastrutturale è la questione nazionale, è un tema centrale che va normalizzato perchè il problema
di questo Paese - ha detto Boccia - è che parliamo sempre del cosa fare, ma mai del quando e per questo rincorriamo l’emergenza.
Servono invece decisori politici che si assumano la responsabilità delle scelte e che costruiscano un’idea di Paese dinamico
e reattivo. Per questo occorre un piano shock che preveda un tempo veloce per far fronte al rallentamento economico aprendo
i cantieri».
Tempi veloci perchè la realtà dice che per completare le opere si va da 4 a 16 anni per quelle più grosse, Sono tante quelle
bloccate come documenta lo studio Ance illustrato ad Altamura: 600 opere ferme, in valore 53 miliardi di euro (30 dei quali
al nord, 12 al centro, 11 al sud), in tutto 49 grandi opere e 550 medio-grandi, 800mila posti di lavoro persi, insomma «un
Paese da codice rosso» dice Flavio Monosilio, direttore del centro studi di Ance. Per questo da Altamura è stata ripetuta
la richiesta di sbloccare i cantieri, semplificare le norme, riformare il codice degli Appalti. Sul punto l’impegno del Governo,
secondo Siri, c’è a partire dal decreto legge che andrà in consiglio dei Ministri la prossima settimana per riformare alcuni
articoli del Codice ed individuare le opere pubbliche da sbloccare. «Occorre ridurre al massimo la burocrazia, i processi,
perché noi abbiamo come una via crucis 78 stazioni prima di riuscire a fare partire un’opera. Per questo sarebbe utile avere
dei commissari straordinari che possono agire in deroga all'ordinamento».

Tag: #ImpresaETerritori #Industria

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