10 film sudcoreani che non sono “Parasite”

Pubblicato domenica, 23 febbraio 2020 ‐ Il Post

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La vittoria di Parasite agli Oscar è stata, tra le molte cose, il segno finora più evidente dell’importante crescita che il cinema sudcoreano ha avuto negli ultimi vent’anni. Parasite non salta fuori dal niente: seppur con tutte le sue qualità peculiari, è solo l’ultimo di una lunga serie di film sudcoreani che si sono fatti conoscere fuori dalla Corea del Sud.
– Leggi anche: Capire il successo di Parasite
Il presidente statunitense Donald Trump ha detto, durante un comizio, di non aver per niente gradito la vittoria di Parasite, e che gli mancano film come Via col vento. Per chi non dovesse essere d’accordo, e per chi non si fa spaventare da quella «barriera di pochi centimetri rappresentata dai sottotitoli», per usare le parole del regista Bong Joon-ho, abbiamo scelto dieci tra i migliori film sudcoreani degli ultimi vent’anni, dai quali partire per farsi una cultura.
Joint Security Area
Uscì nel 2000, diretto da Park Chan-wook, e parla delle indagini successive a un omicidio nella zona demilitarizzata tra le due Coree. Il DVD, a quanto pare, fu fatto avere al leader nordcoreano Kim Jong-il. Uscì un anno dopo Swiri, un film che in Corea del Sud ebbe «più successo di Titanic» ma, come ha scritto Inverse, «se Swiri fu il primo pugno, Joint Secuirty Area fu il pugno forte, che arriva subito dopo il primo». Sempre Inverse ha scritto che «dal suo microscopico punto di vista su una zona complicata, il film guarda lontano, e con grande ampiezza di vedute, alle inconciliabili differenze tra due paesi ancora in guerra». Joint Security Area fu da record di incassi nel suo paese e piacque anche all’estero: tra quelli che ne parlarono bene ci fu, per esempio, Quentin Tarantino. Ci recita anche Song Kang-ho, il padre della famiglia protagonista di Parasite.
Mr. Vendetta
Uscì nel 2002 ed è sempre di Park Chan-wook, anche questo con Song Kang-ho. È un thriller drammatico e d’azione, il cui protagonista è un operaio sordomuto che dopo aver perso il lavoro rapisce la figlia di un uomo importante, necessitando dei soldi del riscatto per pagare un trapianto di reni per la sorella. Queste sono solo le premesse, perché poi succede molto altro. Song ha raccontato a Vulture che prima di accettarlo rifiutò per tre volte il ruolo, pensando che fosse troppo estremo per poter essere interpretato. Poi cambiò idea ritenendo che valesse la pena provarci. Il film andò bene, si fece conoscere anche all’estero – il New York Post lo definì «feroce e suggestivo» – e divenne il primo di quella che è ora nota come trilogia della vendetta, un tema molto a cuore al cinema sudcoreano (che l’ha ripreso, rielaborato e adattato partendo da quello di Hong Kong).
Memorie di un assassino
È un film poliziesco diretto da Bong Joon-ho nel 2003, ambientato negli anni Ottanta in un piccolo paese della Corea del Sud. È ispirato a una storia vera – quella di un serial killer che uccideva le sue vittime seguendo un rituale preciso – e racconta degli investigatori che si occupano del caso (uno è Song Kang-ho). Gli investigatori hanno una grande dedizione, ma non hanno né gli strumenti né la preparazione necessari per risolvere il caso. È un film drammatico, ma ci sono anche momenti leggeri e quasi divertenti. Il New York Times ne apprezzò «l’originale unione di macabro umorismo e inquietante solennità»; Variety lo celebrò come un «potente e paziente ritratto della fallibilità umana». In questi giorni è in programmazione in alcuni cinema italiani, sull’onda del successo di Parasite.
Old Boy
Un altro film di Park Chan-wook, il secondo della trilogia della vendetta e uno dei più noti e celebrati film della hallyu, una grande corrente culturale che comprende, tra tante altre cose, anche il cinema. È tratto da un omonimo manga giapponese e ha per protagonista un uomo misteriosamente incarcerato per 15 anni (tra l’altro 15 anni durante i quali sono cambiate molte cose per la Corea del Sud) e che, una volta liberato, ha solo cinque giorni per capire chi è responsabile di quel che gli è successo. Vinse il Gran premio della giuria al Festival di Cannes ed è ritenuto un film che ebbe una notevole influenza su certi registi americani, non solo perché Spike Lee decise di farne un remake. Il Guardian ha scritto che «l’extreme cinema [un sottogenere molto legato al cinema asiatico di film particolarmente violenti ed espliciti] non è mai stato più eccentrico o estremo di questo straordinario horror sulla vendetta».
Si può vedere su Amazon Prime Video.
The Host
Un film horror e di fantascienza – ma come spesso capita nel cinema sudcoreano recente i generi sono fluidi: mutano e si mischiano di frequente – su un mostro che viene fuori dal fiume Han e inizia ad attaccare gli umani. La storia è vista dal punto di vista di una famiglia, senza troppi effetti speciali, ed è a tratti perfino divertente. Il mostro nasce per colpa di uno scienziato americano e come ha osservato il Guardian c’è quindi anche un tema politico, vista la rilevante presenza statunitense in Corea. Fu il film che fece davvero conoscere Bong Joon-ho nel mondo, dopo che già si era fatto notare con Barking Dogs Never Bite e Memorie di un assassino.
È disponibile su Netflix.
Castaway on the Moon
Un film del 2009 di Lee Hae-jun che non è granché famoso, ma ha comunque un suo piccolo culto di nicchia. Parla di un impiegato depresso e sul lastrico che decide di suicidarsi gettandosi giù da un ponte sul fiume Han, lo stesso di The Host. Ma sopravvive e finisce in un isolotto deserto proprio sotto il ponte. I rumori della città isolano le sue urla e la paura dell’acqua e un telefono rotto lo tengono prigioniero nell’isolotto, dove inizia rassegnato a vivere con quello che trova, prendendoci gusto. A qualche centinaia di metri di distanza, una ragazza hikikomori che fotografa la luna ed esce di casa soltanto due giorni all’anno si accorge di lui.
Pietà
Di Kim Ki-duk, uscito nel 2012, premiato con il Leone d’oro al Festival di Venezia e con un titolo che è un riferimento alla Pietà di Michelangelo. Parla di uno strozzino dai modi violenti e dalla discutibilissima etica che incontra una donna che dice di essere sua madre. Su Wired, Lorenza Negri ne ha parlato come di un film «sconvolgente e straziante» e Hollywood Reporter fece notare come in poco tempo passava dall’essere un film incredibilmente violento all’essere uno «studio psicologico» sui suoi personaggi.
È disponibile su RaiPlay.
Train to Busan
Un horror del 2016 diretto da Yeon Sang-ho, che parla di un gruppo di passeggeri, molto diversi tra loro per personalità ed estrazione sociale, su un treno diretto a Busan, la seconda città della Corea del Sud, nel sud del paese. Il problema è che su quel treno ci sono degli zombie. La trama è quel che è, ma, come ha scritto Lorenza Negri su Wired, la «regia virtuosa regala sequenze originali e di grande intrattenimento sfruttando gli spazi angusti e il senso di claustrofobia dell’ambientazione, senza lasciare da parte la critica sociale». Uno degli attori è Choi Woo-shik, il ragazzo protagonista di Parasite. Edgar Wright – regista, tra gli altri, di Baby Driver e L’alba dei morti dementi – scrisse che era il miglior film di zombie che avesse mai visto.
Mademoiselle
Un thriller erotico di Park Chan-wook (il suo quarto film in questa lista). Uscì nel 2016 e qualcuno potrebbe averne sentito parlare con il suo titolo inglese: The Handmaiden. È ispirato a Ladra, un romanzo di Sarah Waters ambientato nella Londra di 150 anni fa, ma è invece ambientato nella Corea degli anni Trenta, quando il paese era sotto l’occupazione giapponese. Se ne parlò, tra le altre cose, per alcune sue scene piuttosto esplicite.
Burning – L’Amore Brucia
Uscì nel 2018, diretto da Lee Chang-dong ed è finito sia tra i film preferiti di Manohla Dargis del New York Times che tra i film preferiti dai critici dei Cahiers du Cinéma, l’autorevole rivista francese di cinema. È tratto da un racconto di Haruki Murakami e parla di un ragazzo che incontra una ragazza, la quale gli chiede di occuparsi del suo gatto mentre lei va a fare un viaggio in Africa. Poi la ragazza torna ed è accompagnata da uno strano individuo di nome Ben, il quale ha un “hobby segreto” (che ha a che fare con il titolo del film e che viene in parte svelato già nel trailer). Ma sono solo le premesse, ed è uno di quei film di cui è meglio dire il meno possibile.

Tag: #Cultura #Cinema #CinemaSudcoreano #CoreaDelSud

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