#MeToo, il film

Pubblicato martedì, 25 febbraio 2020 ‐ Il Foglio

All’alba, la macchina viene a prenderti sotto casa. Fringe benefit non disprezzabile, per un’impiegata assunta da cinque settimane. E’ ancora buio quando la ragazza entra in ufficio, accende il computer, prepara il caffè, rifornisce il frigorifero con le bottiglie d’acqua, pulisce il divano dell’ufficio del capo, e tra i cuscini trova un orecchino. Mansioni da assistente, all’ultimo gradino della gerarchia. Svolte in una casa di produzione cinematografica: non c’è bisogno che il gran capo si mostri per pensare a Harvey Weinstein. Non si mostrerà mai, nei 90 minuti di “The Assistant” (alla Berlinale, sezione Panorama, dopo gli applausi al Telluride Film Festival, lo scorso settembre). Sentiamo qualche borbottio, vediamo una sagoma dietro i vetri, sappiamo che è impegnato in una riunione.
 
Il primo film sul #MeToo è astratto e minimalista, tutto il contrario di “Bombshell - La voce dello scandalo” con Charlize Theron, Nicole Kidman e Margot Robbie (nelle sale italiane a marzo, coronavirus permettendo). Il regista Jay Roach fa i nomi e i cognomi, delle giornaliste coinvolte e dell’orco Roger Ailes, amministratore delegato di Fox News. Kitty Green, che ha scritto e diretto “The Assistant”, non fa proclami né processi. Non spiega né commenta. Racconta un lavoro monotono e di poca soddisfazione, scandito dal rumore della tastiera, dalla fotocopiatrice che ronzando sforna copioni, dal segnale di libero sulla linea telefonica, da brandelli di conversazioni origliate.
 
Non sapessimo di Harvey Weinstein, pochi resterebbero fino alla fine del curioso film-esperimento. Qualche anno fa, già alla ricerca di modi originali per raccontare storie, la regista australiana aveva girato “Casting JonBenet” (lo trovate su Netflix, vale la pena). Era andata in Colorado fingendo di voler girare un film su JonBenet Ramsey, reginetta di bellezza uccisa a sei anni. Non un documentario, un film di finzione. Quindi servivano attori, da sottoporre a regolari provini. Vicini, amici e conoscenti si erano messi in fila. Volenterosi, disponibili, quasi sempre disinvolti. Pronti a improvvisarsi detective. E grandi pettegoli. Ognuno era convinto di sapere la verità.
 
Prima di “The Assistant”, e prima che Harvey Weinstein diventasse il mostro punito anche dalla legge (ma farà appello), c’era uno spettacolo teatrale con il titolo “Assistance”. Firmato da Leslye Headland, ora nota come showrunner di “Russian Doll”, assieme a Amy Poehler e a Natasha Lyonne che nella serie era la ragazza dai capelli rossi che moriva, risuscitava, moriva di nuovo, e via così per otto episodi. Agli inizi della carriera Miss Headland aveva lavorato come assistente per Mr Weinstein, ribattezzato nella pièce Daniel Weisinger. E aveva spifferato la vitaccia delle assistenti. Anche se non vengono molestate, sono tante le umiliazioni. Mentre sbrigano l’andirivieni sul casting couch – il sofà del produttore, istituzione hollywoodiana fin dagli anni Venti del secolo scorso. Come dimostra un film ora scomparso: stesso titolo, con Joan Crawford giovanissima e nuda (la diva lo ricomprò a caro prezzo per non dar scandalo).
 
“Tranquilla, non sei neppure il suo tipo” rassicura il capo del personale (l’attrice Julia Garner ha addosso un casto maglioncino rosa). Il dialogo tra i due è uno spettacolo di allusioni e menzogne, paternalismo e rabbia soffocata. “Ti tratto male per renderti più forte” spiega Matthew Macfadyen – lo abbiamo appena visto nella serie “Succession”, era stato anche Mr Darcy in “Orgoglio e pregiudizio” di Joe Wright. Gli assistenti maschi, nella stessa stanza, sono d’aiuto solo quando la poveretta scrive al capo umili lettere di scuse.

Tag: #Berlinale #Metoo #TheAssistant #Bombshell

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