Le Guerre Stellari dell'aspirapolvere

Pubblicato domenica, 16 febbraio 2020 ‐ Il Foglio

E’ arrivato un giovedì pomeriggio, annunciato. Roomba: il nome allegro e baldanzoso, e l’impeto di entusiasmo preventivo misto a curiosità, facevano sì che ci si aspettasse di vedere saltare fuori da una scatola un piccolo oggetto non bene identificato, sorta di disco volante pronto a scattare dall’imballaggio. E in effetti Roomba ha, da subito, mostrato un carattere da aiutante tuttofare con spirito d’iniziativa e forte personalità, tanto da far sorgere spontanea nella cronista scrivente, non esattamente un’esperta di domotica, il paragone con l’adorabile R2-D2 (in italiano anche C1-P8), il droide dal corpo cilindrico di “Guerre Stellari”, robot capace di aggiustare oggetti, riprodurre video e infiltrarsi nelle memorie di computer nemici, muovendosi con movimenti circolari a scatti, intervallati da caratteristici “beep”. Anche Roomba si muove roteando su se stesso in cerca di polvere e di qualsiasi minuscolo pezzetto di carta, pane e persino frammenti di fiori secchi che possano intaccare la luminosità del pavimento.
 
Equando intuisce la presenza di qualche elemento pulviscolare è capace di percorrere lo stesso metro quadrato avanti e indietro per dieci minuti o di andarsene per poi tornare sul luogo del delitto (briciole cadute?), non senza prima aver preso la rincorsa da qualche angolo della stanza. E anche se non parla, Roomba, è come se parlasse attraverso un sistema rosso-blu di spie luminose (deve ricaricarsi? deve scaricare la polvere? deve andare a riposo? deve rimettersi a lavorare? La spia lampeggia ma tu non devi fare nulla, perché l’ha già fatta da solo).
 
Studia, gira, rigira, sceglie traiettorie e le oblitera, evitando scarpe, piedi, oggetti dimenticati a bordo divano
 
Antefatto: il giorno dell’arrivo, l’enorme scatolone non lascia intravedere la sagoma del piccolo disco volante. Il portiere non sa che cosa contenga, il primo collega pensa sia un giocattolo per il figlio di un altro redattore. Il secondo collega si offre di spostarlo, ché ostruisce l'ingresso. Non può essere Roomba, pensa la cronista scrivente che ha visto Roomba in foto e si è fatta l’idea che il medesimo possa stare non dico in borsa ma forse in un borsone. Dopo due ore, al momento di portare a casa quello che alla fine si capisce essere per esclusione proprio Roomba, ci si domanda per quale motivo l’imballaggio sia così voluminoso. E il mistero si svela – il Roomba semovente, nel modello i7+ arrivato in redazione, prevede anche l’unità fissa di Roomba, come si vedrà – ma si svela soltanto una volta giunti alla destinazione prescelta per la prima prova: la casa della nonna, madre della cronista scrivente, in presenza della figlia bambina, del nonno, della collaboratrice domestica e addirittura della bisnonna che, nata nel 1921 ma bendisposta verso le nuove tecnologie, sorride per nulla sconvolta di fronte al moderno discendente della sua antica, rumorosa e ingombrante aspirapolvere, oggetto di modernariato da lei comprato forse negli anni Cinquanta in quel di Ferrara.
 
Viene il dubbio che l’ambiente sia troppo affollato per Roomba, ma la madre della scrivente è molto favorevole: così almeno si può vedere bene di che cosa sia capace. Non solo. La casa è piena di mobili, anfratti, librerie, giornali, stanze, porte e sedie, la location adatta, si pensa, per mettere alla prova l’abilità di “mappatura” del robottino. “Mappatura”: la parola è comparsa nel corso della veloce lettura del manuale di istruzioni, poi senza conseguenze evitato – ed è questa la prima facilitazione regalata dal piccolo amico che sembra il fratellino di C1-P8-R2-D2: basta accenderlo e lui si mette lì, scientifico. Studia, gira, rigira, sceglie traiettorie e le oblitera, evitando scarpe, piedi, oggetti dimenticati a bordo divano. E non lascia la stanza fino a che non ha pulito tutto, anche se di colpo lo si vede partire in quarta verso la cucina (starà facendo la famosa mappatura?). E insomma il fatto che non serva uno studio approfondito del manuale o, peggio, l’aiuto del cosiddetto “nonno aggiusta-tutto”, colui che tutto aggiusta e fa funzionare, appunto, ma senza spiegarlo agli altri, fa sì che Roomba si renda subito simpatico ai suddetti non esperti di domotica, anche prima che gli stessi scoprano la mirabolante questione dei sacchettini autoscaricati: il piccolo robot, infatti, contiene non si sa dove una serie di dieci, quindici o venti (forse meno, forse più) sacchettini invisibili per la polvere, che, sempre senza disturbare, va – lui da solo – a scaricare e ricaricare.
 
Dove e come?, si domanda la cronista scrivente che, dopo neanche una mezz’ora dall’inizio-operazione Roomba, vede improvvisamente il disco volante da pavimento arrivare “tutto contento”, dice la bambina interpretando il ritmo baldanzoso dall’oggetto inanimato, per andarsi a posizionare in quella che viene immediatamente denominata “casetta” o “cuccia”, l’unità fissa suddetta: un parallelepipedo dove la polvere e tutto quello che Roomba aspira viene con ordine depositato fino a quando, raggiunta la capacità massima, non si è con discrezione avvertiti che è ora di aiutare, noi umani, ma poco poco (serve un nuovo rifornimento di sacchetti). La parola “cuccia” rende l’idea: Roomba infatti, quando va a riposo, si ritira agganciandosi al parallelepipedo, come se dormisse, come fosse appunto il nuovo gatto o il cane forse desiderato dalla bambina, che ha però anche capito quanto la cosa sia al momento impossibile, motivo per cui è molto bendisposta verso il robot-disco che si sposta, se non come un gatto o un cane, come una creatura anfibia capace di movimenti leggeri non sull’acqua ma su marmo, piastrelle, legno e persino tappeto marocchino.
 
La bambina di casa vorrebbe un cane, ma visto che la cosa è impossibile per ora è molto bendisposta verso il robot-disco volante
 
Ma la sorpresa vera arriva dopo qualche giorno, quando Roomba, piuttosto che essere portato in trasferta a casa della cronista, troppo nuova e troppo sgombra per rappresentare una sfida, viene azionato a casa dei nonni per la seconda e più importante prova: rendere perfetti i pavimenti delle stanze dove chissà-come-si-fa-a-pulire-davvero-sotto-quel-divano (retropensiero della collaboratrice domestica) o chissà-come-si-fa-a-pulire-davvero-sotto quell’armadio, pensiero esplicito di chi, come chi scrive, è talmente pigro da aver previsto, a casa sua, quasi quasi “un arredamento da ufficio”, come dice ironicamente l’amico con la fissa dell’interior design: e dunque poche suppellettili, grandi spazi vuoti e nessun mobile cavo, sotto al quale possano farsi dimenticare, con relativa polvere, i famosi angoli irraggiungibili.
 
Quelli che invece Roomba raggiunge, con testarda insistenza, a casa della nonna, colei che è finalmente felice di vedere qualcuno, anche se in questo caso è qualcosa, che capisce che cosa voglia dire “pulire bene e dappertutto”. Testarda insistenza in senso letterale: il robot-disco non lascia niente di intentato. La porta è chiusa perché la bisnonna fa il pisolino? Ripassa dopo un po’. L’angolo è davvero irraggiungibile? Non per lui, che se non ci riesce prova e riprova, riprendendo la rincorsa e andandosi di nuovo a cacciarsi sotto al divano, fino a che non ne esce con il bottino di polvere. E non ha un volto, Roomba, ma è come se in quel momento ce l’avesse: te lo vedi che esce dal famoso bar di “Guerre Stellari”, con una faccia divertita e soddisfatta.

Tag: #Roomba #Irobot #RoombaI7+

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