La lingua e l'idea di patria

Pubblicato giovedì, 11 ottobre 2018 ‐ Il Foglio

Per una nuova idea di patria, citofonate a Emmanuel Macron. Quest'oggi Monsieur le Président è intervenuto a Erevan, in Armenia, in occasione del convegno annuale sulla francofonia e ha ufficialmente dichiarato che "la lingua francese si è emancipata dal proprio legame con la nazione francese e si è aperta a tutti gli immaginari". Se temete che possa essere una boutade retorica, ricredetevi controllando ciò che aveva detto in circostanze simili lo scorso anno a Ouagadougou, in Burkina Faso: "La lingua francese ha oltrepassato l'Esagono, ha percorso il mondo intero e per questo ci unisce".
 
Si tratta dunque di una radicata convinzione che Macron ha tratto dalla storia della letteratura: la francofonia è il territorio comune che rende connazionali in spirito Samuel Beckett, che era irlandese, Milan Kundera, cecoslovacco, Eugène Ionesco, rumeno; e ancora oggi grandi scrittori di Paesi lontani come il congolese Alain Mabanckou o l'haitiano Dany Laferrière si rifanno, nella propria prosa, alla tradizione che arriva dritta dai grandi classici della letteratura d'Oltralpe. Scrivono nello stesso francese elegante in cui hanno letto Proust, Balzac, Voltaire, Cartesio.
 
La storia d'Italia non ha garantito la stessa diffusione della nostra lingua - a stento l'italiano ha attecchito in tutti gli angoli della Penisola - quindi è forse questo che c'impedisce di guardare agli stranieri come a potenziali connazionali; e per rivendicare un collante italico ci arrampichiamo su specchi quali il sangue o il suolo quando invece l'unico criterio sensato sarebbe l'appartenenza linguistica. Saper parlare italiano, amare l'italiano, leggere la letteratura italiana e trarne un adeguato armamentario di parole dovrebbe essere l'unico criterio per stabilire se qualcuno sia davvero nostro compatriota. Solo che, se così fosse, accoglieremmo magari qualche straniero in più ma dovremmo anche espellere un sacco d'italiani irregolari. 

Tag: #Lingua #Macron #Patria

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