Giacomelli, il fotografo che odiava il tempo

Pubblicato domenica, 24 maggio 2020 ‐ Il Foglio

Per fotografare gli anziani negli ospizi usava quello che lui definiva un lampo: un flash, una luce forte che illuminasse tutte le rughe, le pieghe del viso, del corpo molle, nudo e indifeso dei vecchi distesi nei letti o in attesa di essere cambiati. “Volutamente. Perché alla cattiveria di chi ha creato il mondo, di chi ci fa invecchiare, a questa cattiveria aggiungo anche la mia cattiveria” spiegava Mario Giacomelli all’amico fotografo Frank Horvat, in un’ intervista raccolta nel libro “Entre Vues”. “Non tanto per mostrare la materia della pelle, ma per aggiungere qualche cosa di ancora più forte, un contrasto”. 
 
Nato nel 1925 a Senigallia, in provincia di Ancona, a nove anni resta orfano di padre, a tredici inizia a lavorare in una tipografia. Fin da piccolo accompagna la madre all’ospizio, dove lavorava come lavandaia, un luogo che lo segnerà per tutta la vita. Nei primi anni ‘50, sarà proprio grazie a una delle signore incontrate nella casa di riposo che potrà permettersi di comprare la sua “Tipografia Marchigiana”, sotto ai portici Ercolani, a Senigallia. Città che oggi lo ricorda in occasione del ventennale della sua morte con una duplice mostra visitabile dal 27 maggio al 27 settembre. Nella prima parte di “Sguardi di Novecento: Giacomelli e il suo tempo”, su ispirazione dell’esposizione avvenuta al Moma nel 1963 “The Photographer’s eyes”, gli scatti di Giacomelli sono affiancati e messi in relazione ai grandi del ‘900, da Berengo Gardin a Cartier-Bresson, a Lartigue. Mentre nella seconda, Giacomelli viene raccontato all’interno del gruppo Misa, di cui faceva parte, nato nel 1954 su impulso dell’artista e critico Giuseppe Cavalli, sotto la guida di Ferruccio Ferroni.
 
Negli ospizi è ritornato attorno ai trent’anni, e da questa esperienza nascerà la serie “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, titolo tratto da una raccolta di poesie di Cesare Pavese, dove confluiranno scatti fatti dal 1954 al 1983. Una serie che vista oggi, alla luce della tragedia che ha travolto le rsa italiane nel corso della pandemia da Covid-19, fa ancora più riflettere. “Da adulto ricordava quel mondo, che sicuramente gli faceva un po’ paura, perché sapeva che ci sarebbe arrivato, alla fine. Non era cambiato molto da quando ci andava da bambino e assisteva all’abbandono delle persone lasciate lì in attesa di morire. Una volta chiaramente erano diversi – spiega Simone Giacomelli, uno dei tre figli del fotografo, che oggi gestisce il suo archivio – Negli anni in cui fotografava l’ospizio si è trasformato. Prima a livello fisico, poi ha iniziato un percorso che ha cambiato la sua personalità in modo molto più tragico”.
 
“Non ho niente contro i vecchi o contro l’ospizio. Solo contro il tempo – raccontava Giacomelli a Horvat – Là dentro lo senti ancora di più, come un coltello puntato contro il tuo cuore, ogni cosa ti concerne e ti ferisce. A volte hai il coraggio di fotografare e a volte no”. Attraverso quegli scatti rivedeva se stesso, il suo futuro e tutto quello da cui voleva scappare. “Lo ha spinto a realizzare quella serie soprattutto la paura di diventare vecchio. E alla fine purtroppo è arrivato anche lui in quello stato di vecchiaia che consuma, che ti lascia in attesa della morte – spiega Simone Giacomelli – Non è stato abbandonato, quello no. È stato con noi fino alla fine, ma quando si guardava allo specchio vedeva le foto scattate nell’ospizio negli anni ’50”. 
 
“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, però, non parla solo di sofferenza e paura, c’è anche una sorta di invito, di riflessione, di presa di coscienza del tempo che passa. Come nell’immagine di due anziani innamorati che ancora, a distanza di anni dal loro primo incontro, si tengono per mano e si scambiano un bacio. “Nessun amore può avere più dolcezza che questo vecchio con questa vecchia. Io faccio queste immagini perché vorrei che gli altri, dal momento in cui le vedono, vivessero diversamente. Che la carezza che questi ancora cercano da vecchi, da giovani l’avessero saputa fare. Quanta gente vive e non sa carezzare? – commenta Giacomelli, parlando con Horvat – Quando io mostro questi vecchi, mostro me stesso, le cose che non ho capito, che avrei voluto fare in un’altra maniera, che vorrei ricominciare”.
 
Le  sue fotografie raccontano un mondo che adesso non c’è più, quello di un’Italia contadina che cominciava a proiettarsi verso una realtà industriale, veloce, di una cittadina nel centro della penisola, affacciata sul mare. I suoi scatti sono fatti di contrasti altissimi, come quelli che emergono dalle linee segnate nei campi arati con una perfezione tale da sembrare disegnati. I paesaggi resi quasi lunari dallo scontro tra il bianco e il nero, le persone nella quotidianità della sua città natale, dai giovani preti alle donne avvolte in abiti scuri che camminano per strada, ma sembrano emergere dal nulla.
 
Giacomelli ha iniziato a fotografare in un periodo di grandi cambiamenti, dell’abbandono delle campagne. “Si è sempre definito un fotografo contadino, gli piacevano le cose semplici e vere. Cercava la bellezza nella terra, diceva che gli agricoltori realizzavano delle opere d’arte, senza rendersene conto. Il sabato, dopo pranzo andava a fotografare e se non trovava almeno un paesaggio, la giornata era persa, buttata via, era nervoso”. Ha scattato tutta la vita con la sua Bencini Comet S del 1950. “L’ha fatta riadattare togliendo tutto quello che non era essenziale. Non aveva neanche più il tasto per scattare, poteva farlo solo con un flessibile, con un cavetto esterno legato col filo di ferro. Non ne voleva nessun’altra, pensava che questa sarebbe stata gelosa – continua Simone Giacomelli – Addirittura negli anni 90 non usava nemmeno il fuoco, si avvicinava e allontanava lui dai soggetti. Era molto affezionato alla macchina, ma allo stesso tempo voleva farne a meno, perché era sempre qualcosa che si metteva in mezzo tra lui e la realtà”.

Tag: #MarioGiacomelli #Fotografia

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