Cinque anni fa alla Gazzetta: "Cresceremo ancora, vorrei l'Italia più grande"

Pubblicato mercoledì, 01 gennaio 2020 ‐ Gazzetta.it

L'Nba come la conosciamo oggi ha una data di nascita ben precisa: 1 febbraio 1984, il giorno in cui David Stern ha iniziato il suo mandato come Commissioner. "Volevo semplicemente sopravvivere a quella giornata - ricorda negli uffici Nba di Londra, dove giovedì Atlanta e Brooklyn si affronteranno nella quarta partita di regular season di sempre in Europa -. Solo 5 partite venivano trasmesse in tv, l'accordo antidroga era appena stato firmato, così come il contratto collettivo". Esattamente 30 anni dopo, il 1 febbraio 2014, il 71enne Stern lascerà in mano al suo delfino Adam Silver ("Lavoriamo insieme da 22 anni, difficile dire cosa ha imparato da me") una delle leghe sportive più famose e prospere del mondo. Con un obiettivo: continuare a crescere, meglio se a livello mondiale.
Commissioner Stern, da tempo si parla di un'espansione in Europa: è un obiettivo ancora in agenda?

"In realtà è più un argomento di cui mi piace parlare, soprattutto qui in Europa. Dieci anni fa ho detto che sarebbe successo entro 10 anni, oggi dico che succederà tra 10 anni. Non credo siamo ancora a quel punto, ma quel giorno si sta avvicinando. Anche perché stanno nascendo arene adatte alla Nba in tutto il continente: Londra, Berlino, ora Parigi...".
E in Italia?

"Sfortunatamente no. A Roma Walter Veltroni, quando era sindaco, aveva il progetto di farne costruire una a Calatrava. Ma il suo successore l'ha cancellato. A Milano ce ne aspettavamo una per l'Expo 2015. Il sindaco durante un incontro me l'aveva promesso. Ma l'arena non ci sarà. Rimane il Forum, che è un po' vecchio. Anche se ci torneremo presto. Il basket italiano adesso è in difficoltà, e non è solo questione di soldi. Mancano le radici, anche se vorrei che tornasse a quello che era".
In Italia l'Nba ci è venuta spesso durante il suo mandato. Quali sono i suoi ricordi più belli?

"La prima volta, nel 1984, quando il basket italiano era fortissimo e avevamo un gran rapporto con loro. A Milano conobbi Cesare Rubini e Sandro Gamba: avevamo una partita a Varese, il cui presidente allora era Antonio Bulgheroni, un mio carissimo amico ancora oggi. Ricordo in una partita contro Milano Daryl Dawkins (allora ai New Jeresey Nets, n.d.r.) afferrare l'arbitro e correre fino a centrocampo. Fu interessante".
Come Commissioner ha raggiunto risultati incredibili. Ma ha qualche rimpianto?

"Soprattutto vorrei aver capito prima quanto questo sport abbia la possibilità di crescere a livello mondiale e quanto possa aiutare il mondo, attraverso lo sport. E poi vorrei non ci fossero stati i lockout, vorrei non aver deciso punizioni contro i giocatori, aver scoperto prima Tim Donaghy (l'arbitro che scommetteva sulle partite che dirigeva, alterandone i risultati, n.d.r.)".
Tra i suoi migliori momenti invece quali mette?

"Le Olimpiadi del 1992, quelle del Dream Team con i giocatori che ovunque andavano sembravano essere i Beatles. E poi l'All Star Game di Orlando nel 1992, quello del ritorno di Magic Johnson. Pensavo sarebbe morto quando dichiarò di avere l'Hiv, invece vederlo giocare in quel mondo fu un enorme sollievo. Ancora oggi, quando lo vedo, penso a quel momento".
Quale eredità lascia alla Nba?

"La gente che ci lavora. Vedremo cosa faremo nei prossimi 10 anni, come continueremo a crescere nel digitale e a livello mondiale. La tecnologia ha cambiato il nostro modo di pensare a questo sport: a come venderlo, a come giocarlo. Mi auguro che questa tecnologia riesca ad ottenere uno scopo: quello di prolungare la carriera dei giocatori" .
Che futuro vede per la Nba?

"Continueremo ad essere uno sport molto forte, anche se non saremo mai il primo sport negli Usa, dove domina il football, o in paesi in cui il calcio la fa da padrone. Ma possiamo essere ovunque il secondo sport. Continueremo a rimanere in alto grazie ai giovani talenti che entrano in Nba attraverso il draft, grazie alle star affermate che continuano a dominare e a far appassionare il pubblico, e ai giocatori non provenienti dagli Usa, che hanno cambiato la Nba".

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