La storia del Festival di Sanremo

Pubblicato venerdì, 08 febbraio 2019 ‐ Focus.it

Qualcuno nel dopo guerra definì il Festival di Sanremo “la grande evasione”: la colonna sonora di un’Italia canterina che si affacciava alla modernità, con il sole in fronte e la voglia di fischiettare. Dalla prima edizione (1951) ha fatto molta strada, cambiato location, pubblico e soprattutto format. Fino a diventare un prodotto commerciale da migliaia di euro amato, odiato e sempre discusso. Eppure in origine nessuno lo prese davvero sul serio.

 

La prima edizione si tenne nel Salone delle feste del Casinò Municipale di Sanremo: il pubblico era seduto intorno a tavolini da vecchio café chantant e mentre i cantanti si esibivano, loro cenavano, tra l’andirivieni dei camerieri.


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Nilla Pizzi. Partecipò e vinse la prima edizione di Sanremo con la canzone "Grazie dei fiori" (1951). | WikiMedia


Non c'è nessuno? «Il pubblico era scarso, tanto che fu necessario trovare delle persone da sistemare ai tavolini rimasti vuoti nella grande sala», racconta Leonardo Campus nel suo libro Non solo canzonette (Le Monnier): «non tanto per il prezzo - 500 lire non era una cifra impossibile - ma per il fatto che fino a quel momento il pubblico del casinò era abituato a manifestazioni di maggiore livello culturale».

 

A vincere la gara di allora fu Nilla Pizzi, che stracciò tutti con la canzone Grazie dei fiori. Sarà sempre lei, negli anni successivi, a far cantare gli italiani con Vola colomba, a fare una criptica critica sociale con Papaveri e papere - in cui alcuni videro una satira contro i potenti democristiani - e a inneggiare alla speranza con Una donna prega

 

In diretta tv. Nel 1953 poi, a due anni dal debutto, qualcosa cambiò: sparirono i tavolini della sala e si decise di far accedere gli ospiti solo se muniti di invito. I bagarini pare ne vendessero sottobanco alcuni all’esorbitante cifra di 10.000 lire (circa 130 euro di oggi). La stampa si interessò seriamente al fenomeno, a cui partecipavano sempre più concorrenti. Il dado era tratto.

 

Due anni dopo fu la volta infatti della prima diretta televisiva: non andò in onda tutta la trasmissione, ma la Rai si collegò con il Casinò Municipale di Sanremo alle 22:45, in "seconda serata", al termine del varietà Un due tre di Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello. Il circuito mediatico era attivato. L'opinione pubblica parlava del Festival, si interessava dei suoi cantanti e soprattutto fischiettava le loro canzoni.

 



Domenico Modugno. Sulla sua canzone "Volare" sono fiorite leggende: si dice sia stata scritta dall’autore Franco Migliacci ubriaco, mentre con la testa pesante fissava il dipinto "Il gallo rosso" di Chagall. L’idea del ritornello “volare, oh oh” sarebbe venuta invece a Modugno una mattina, mentre osservava con la moglie Franca il cielo azzurro dalla finestra della sua casa, a Roma. | WikiMedia


Mr Volare. Fino a quando Mr Volare (come Oltreoceano ribattezzarono Domenico Modugno) fece LA canzone: dal palco del Festival nel 1958 intonò una delle melodie più celebri della storia della musica italiana Nel blu dipinto di blu (poi nota come “Volare” per via del celebre ritornello). Sembrava un redentore: cantava a braccia aperte e la sua melodia era liberatoria, ottimista, energizzante.

 

Anni dopo, sembrerà un anticipo del boom economico. La canzone accompagnò infatti la svolta degli Anni ’50, quando il nostro Paese girò pagina, perdendosi "nel blu dipinto di blu" del nuovo benessere. Il Paese cominciò a crescere del 5,8% all’anno, il reddito degli italiani era raddoppiato, i costumi rivoluzionati.

 

Nel blu dipinto di blu fu un punto di rottura anche musicale: segnò l’inizio di una nuova era per la canzone italiana, influenzata dal rock e dallo swing.

 

La musica è cambiata. A confermarlo, due anni dopo, fu l’arrivo sul palco di un giovane che si dimenava al grido di 24000 baci e che anagraficamente poteva essere il figlio di Nilla Pizzi. Era Adriano Celentano e portava in scena la modernità: con lui arrivava il rock’n’roll e una nuova categoria sociale, fino a quel momento poco considerata, i giovani.

 



Adriano Celentano con I Ribelli (1961) dal film "Io bacio... tu baci". Nello stesso anno partecipò per la prima volta al Festival di Sanremo con la canzone "24 mila baci". | WikiMedia


 

Gli urlatori. Gli Anni ’60 furono infatti dominati da una generazione che rivendicava nuove regole (anche a Sanremo), e tutti entreranno nel mito. C'era una ragazza di Busto Arsizio con i capelli cotonati, nel 1961: era Mina, con le sue Mille bolle blu. Un altro era un “diavolo”, classe 1941. Aveva un ciuffo alla Elvis e un nome americano che mascherava le sue origini umbre: Little Tony, alias Antonio Ciacci.

 

Con lui c'era Lucio Dalla, che aveva appena fondato un gruppo in salsa bolognese: gli Idoli. E Luigi Tenco, che nel 1967 andò a Sanremo con la sua Ciao amore, ciao. L’esperienza fu tragica: dopo l'eliminazione si suicidò in una camera d’albergo di Sanremo. 

 

Cono d'ombra. La sua morte sembrò un triste presagio. L'energia e la vitalità degli Anni '60 infatti non durarono a lungo. Dopo la strage di piazza Fontana, a Milano, l'Italia si svegliò dal sogno e si trovò catapultata negli “anni di piombo”. Il Festival della canzone non ne fu immune: il clima pesante che avvolgeva il Paese relegò la kermesse musicale in un cono d'ombra in cui rimase per gran parte degli Anni '70.

 



Rino Gaetano, presentò "Gianna" a Sanremo nel 1978 | WikiMedia


Intanto si mise mano alla formula del Festival, alla location e ai cantanti. Nel 1977 la sede cambiò e si scelse il Teatro Ariston. Poi si sperimentarono nuove formule capaci di interpretare un mondo in trasformazione: si aprì la kermesse alla musica internazionale e sul suo palco si fecero salire ospiti stranieri come Grace Jones. Quando lei arrivò era il 1978. L'anno di Gianna di Rino Gaetano e di Un'emozione da poco di Anna Oxa.

 

Gli Anni'80. Pochi anni dopo sullo stesso palco salirono i Kiss (1981), i Duran Duran (1985), i R.E.M (1999) e molti altri. E soprattutto Pippo Baudo l'anima del Festival dagli Anni'80 in poi (con le sue 13 conduzioni). L'Italia intanto si era abituata ai varietà, a Fantastico, a Heather Parisi che ballava Cicale, a Romina Power che cantava Il ballo del qua qua e alle televisioni commerciali. Ora era pronta per un festival nuovo.

 

Nell'edizione del 1980 il conduttore Claudio Cecchetto volle al suo fianco il comico Roberto Benigni. L'edizione passò alla storia per lo "scandaloso" bacio di 45 secondi tra lui e la valletta Olimpia Carlisi e per l'epiteto Wojtilaccio con cui apostrofò il nuovo Papa, Giovanni Paolo II.

 



Roberto Benigni al Festival di Sanremo 1980 mentre premia il vincitore Toto Cutugno (che cantò la canzone "Solo noi") affiancato da Olimpia Carlisi. | OLYCOM/WikiMedia


 

Beppe Grillo superstar. Le edizioni successive non furono meno chiacchierate. Tra i comici chiamati oltre al Trio Solenghi ci sarà infatti anche Beppe Grillo, allora una star satirica dei palinsesti. Nell'edizione del 1989 si portò a casa anche una querela. Un vaffa in diretta? No, ma comunicò il suo compenso in diretta e lesse immaginarie penali previste dal contratto nel caso in cui avesse detto che "i socialisti rubano".

 

L'edizione alla fine fu vinta da Fausto Leali e Anna Oxa che cantavano Ti lascerò ma la conduzione zoppicante dei cosiddetti "figli d'arte" (figli di personaggi famosi del mondo dello spettacolo) fece discutere, almeno quanto Beppe Grillo. 

 

Ma gli scandali a Sanremo sono mai mancati. E quando non erano per eccesso di satira, erano per eccesso di esibizionismo. Nel 1987 (edizione vinta da Gianni Morandi, Enrico Ruggeri e Umberto Tozzi con Si può dare di più) la cantante Patsy Kensit indossò un vestito minimal e durante la performance una spallina "traditrice" le scoprì il seno. La notizia occupò le riviste di gossip per giorni.

 

Vola, farfalla... Otto anni dopo ci fu in diretta la protesta un uomo che minacciò di buttarsi dalla galleria dell'Ariston gridando che il festival sarebbe stato vinto da Fausto Leali. Pippo Baudo lo trattenne. E l'Italia intera (o quasi) tirò un sospiro di solievo. Ma gli scandali non erano ancora finiti. Non ultimo quello del 2011: nessuno ricorda che quell'edizione fu vinta da Roberto Vecchioni con la sua canzone Chiamami ancora amore ma tutti ricordano lo spacco rivelatore di Belen Rodriguez.


Quando si dice che una canzone è un plagio?



Perché Sanremo è Sanremo. E anche se è convinzione diffusa che a seguire il Festival sia un pubblico "tradizionale", magari anche un po' avanti con gli anni, quest'anno Sanremo fa registrare grandi numeri anche sul digitale e sui social network, con 2 milioni e mezzo di interazioni in ogni serata su Facebook, Instagram & C. e quasi mezzo milione di spettatori che seguono la diretta della kermesse attraverso internet su RaiPlay. "Perché Sanremo è Sanremo" anche in streaming!

Tag: #Cultura

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