COP24: che cosa ha sancito? E soprattutto, basterà?

Pubblicato lunedì, 07 gennaio 2019 ‐ Focus.it

Un regolamento per mettere in pratica quanto discusso a Parigi nel 2015, più una serie di malumori dovuti agli inevitabili compromessi: è quanto ci lascia in eredità la COP24, la Conferenza delle Parti sul Clima conclusasi il 15 dicembre a Katowice, in Polonia, dopo due settimane di serrate negoziazioni tra i rappresentanti dei governi di 196 Paesi (qui i principali documenti approvati).

 

Un punto messo a segno. Tra i risultati più importanti c'è la stesura di un sistema di regole (rulebook) - una sorta di prontuario - per implementare quanto stabilito negli Accordi di Parigi: parametri di riferimento comuni per verificare e riportare i progressi di ciascuna nazione sugli obiettivi climatici, prendendo così atto di quanto si è indietro e del distacco da colmare. Si tratta di un risultato positivo perché fa in modo che i Paesi aderenti si attengano agli standard dichiarati e che difficilmente possano svicolarsi dagli impegni presi.

 

i vincoli che mancano. Quello che manca, tuttavia, è il nodo chiave su come ciascuna nazione dovrà implementare i propri obiettivi di riduzione delle emissioni. Con i target attuali si riuscirà a contenere il riscaldamento globale entro i 3 °C di aumento di temperatura dai livelli preindustriali entro il 2100, un incremento che avrebbe effetti disastrosi, come ricordato nell'ultimo rapporto dell'IPCC. In pratica abbiamo gli strumenti politici per accorgerci di quanto dovremmo fare, ma non (ancora) quelli che ci obblighino a fare di più.

 

In base all'ultimo Rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente, gli attuali target climatici dovrebbero essere incrementati di circa 5 volte per una chance di limitare il global warming a +1,5 °C, un aumento che il documento dell'IPCC di recente pubblicato dà come inevitabile entro i prossimi 12 anni.

 

Le nuove regole definite a Katowice non offrono una strada per inserirci in questa traiettoria, anche se molto si vedrà nella COP26 convocata per il 2020, in cui i vari Paesi dovranno dimostrare di aver raggiunto gli obiettivi di taglio delle emissioni stabiliti un decennio fa, e fissarne di nuovi e più stringenti. L'Italia e il Regno Unito (bisognoso di ritagliarsi un ruolo internazionale in tempi di Brexit) si sono candidati come Paesi ospiti del nuovo meeting.

 



Secondo l'ultimo Rapporto dell'IPCC, per "limitarci" a +1,5 °C le emissioni globali di gas serra andranno tagliate del 45% entro il 2030. | Shutterstock


Nessun doppio binario. Nel rulebook viene inoltre abolita la tradizionale differenziazione degli obblighi sul clima tra Paesi industrializzati e in via di sviluppo. Si prevede invece l'adozione di regole comuni, con la previsione di una maggiore flessibilità per i Paesi economicamente più svantaggiati, che possono chiedere un sostegno per muoversi in quella direzione, dopo aver dichiarato le loro difficoltà. L'intero sistema di monitoraggio comune delle politiche sul clima adottato dalle Parti si ispira ai criteri di trasparenza, accuratezza, completezza, coerenza e comparabilità (TACCC). 

 

Finanziamenti. Per quanto riguarda la finanza climatica è stato ribadito l'impegno a stanziare 100 miliardi all'anno dal 2020 per aiutare i Paesi in via di Sviluppo a raggiungere i propri obiettivi sul clima, e - per i Paesi industrializzati - a riferire ogni due anni quanto si può mettere a disposizione a questo scopo.

 

Riguardo al Global Stocktake, l'inventario globale delle emissioni serra da redigere ogni 5 anni auspicato dagli accordi di Parigi per vedere se, collettivamente, si è sulla strada giusta per contenere il global warming, il testo della COP24 sancisce che dovrà essere ispirato a un principio di equità (non meglio definito) e alla migliore scienza disponibile. 

 



Cambiamenti climatici: il rischio è una discussione non aderente alla realtà scientifica. | Shutterstock


Una questione terminologica. Proprio la "scienza disponibile" ha tenuto banco, per una volta considerata come punto centrale della conferenza, nel momento dell'analisi del Rapporto speciale dell'IPCC commissionato proprio dalla COP21 (ne abbiamo scritto qui).

 

Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia e Kuwait, produttori e investitori in combustibili fossili, hanno spinto affinché non si "accogliesse favorevolmente" il testo, ma "se ne prendesse atto". Come a dire, si riconosce l'importanza dello studio, senza adottarne in modo vincolante le conclusioni. Come riporta Climalteranti.it, questo confronto è stato un momento di chiarezza e anche una prova dell'importanza del lavoro dell'IPCC, davanti al quale è impossibile voltarsi dall'altra parte.

 

Una questione aperta. Disaccordi tra le parti hanno di fatto rimandato gli accordi sulla regolamentazione del mercato del carbonio, cioè un meccanismo di scambio di quote di emissioni che consente ai Paesi di acquisire crediti per le emissioni non emesse (che possono essere acquistati da Paesi fortemente emettitori, che in questo modo si lavano la coscienza). 

 

In generale, nonostante i tentativi degli USA di sostenere in seno al meeting un'economia basata sul carbone e il rifiuto del Brasile di Bolsonaro di ospitare la COP25 il prossimo anno, i negoziati di Katowice hanno segnato un successo del multilateralismo. La strada della politica è l'unica possibile, anche se ancora troppo lenta.

 

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