Virusgate, 4 senatori Usa vendono le azioni prima  del crollo della Borsa

Pubblicato sabato, 21 marzo 2020 ‐ Corriere.it

NEW YORK - Virusgate? La pandemia crea situazioni senza precedente in campo medico, economico, di gestione delle libertà individuali. Ora sconfina anche nel campo delle mascalzonate finanziarie (che si tratti di reati o solo di comportamenti moralmente deplorevoli) commesse da esponenti politici di rango: quattro senatori americani accusati di aver venduto i loro portafogli di titoli azionari subito dopo aver ricevuto, tra fine gennaio e metà febbraio, una serie di allarmanti informative riservate dei servizi segreti sulle prospettive di diffusione del coronavirus.
Principale imputato è il senatore repubblicano Richard Burr, presidente della Commissione Intelligence del Senato che, visti questi rapporti allarmanti, il 13 febbraio ha venduto, in 33 distinte operazioni finanziarie, quasi tutto il suo patrimonio in azioni il cui valore ha oscilll’inteato negli ultimi mesi tra i 628 mila e il milione e 700 mila dollari.



Sotto accusa, insieme a lui, altri due senatori repubblicani, James Inhofe dell’Oklahoma e Kelly Loeffler della Georgiae la democratica californiana Dianne Feinstein. Questi tre parlamentari, però, si dicono innocenti o perché non hanno partecipato alle riunioni riservate (Inhofe) o perché sostengono di non sapere nulla delle transazioni che li riguardano, avendo messo il loro patrimonio in un blind trust (Boxer).
Anche Burr si difende, ma le sue giustificazioni sembrano poco consistenti. Interrogato in proposito, Donald Trump se l’è cavata dicendo che gli accusati sono «uomini d’onore» e che, comunque, si sta indagando. Nei vecchi tempi della criminalità economica tradizionale, l’insider trading poteva essere commesso da chiunque - non solo finanzieri, ma anche banchieri, politici o giornalisti - ma era legato allo sfruttamento a fini di guadagno personale delle informazioni riservate su una società quotata in Borsa ricevute in virtù della propria attività professionale. In un mondo sempre più interconnesso e sensibile a crisi sistemiche, da tempo le «soffiate» speculative hanno cominciato a seguire anche altri percorsi. Ad esempio nel 2008 ci furono vendite sospette di titoli non solo alla vigilia del fallimento della Lehman Brothers che provocò il crollo di Wall Street, ma anche quando, qualche mese dopo, i banchieri si resero conto che il sistema finanziario stava andato verso una gelata del credito che, se non sventata per tempo, avrebbe potuto paralizzare anche il sistema produttivo.
Ora, per la prima volta, sono informazioni di tipo sanitario quelle che vengono utilizzate per speculare o, comunque, per mettere al sicuro i propri investimenti. La Commissione Intelligence, quella incaricata di sorvegliare il comportamento dei servizi segreti per conto del popolo americano, ha, com’è facile capire, un ruolo molto delicato e una grossa responsabilità fiduciaria: deve formulare giudizi politici e proteggere l’iteresse dei cittadini sulla base delle informazioni riservate che riceve. Informazioni che non possono essere divulgate né, ovviamente, usate a fini personali.
Ma, dopo averle ricevute, Burr non solo ha venduto il suo patrimonio azionario: ha anche espresso in pubblico e in privato giudizi diametralmente opposti sulla gravità della crisi che si stava avvicinando. In un editoriale per Fox News pubblicato il 7 febbraio e poi di nuovo in una dichiarazione pubblica del 5 marzo, il senatore ha sostenuto che non è il caso di allarmarsi troppo perché «oggi gli Stati Uniti sono preparati meglio che in qualunque altro momento della loro storia ad affrontare un’emergenza sanitaria» come quella del coronavirus.

Nel frattempo, però, lui ha venduto le sue azioni e il 27 febbraio, in un incontro privato con alcune decine di esponenti economici di rilievo del suo Stato (soprattutto finanziatori della sua campagna elettorale), ha detto cose molto diverse. Secondo le inchieste di vari organi di stampa in quella sede Burr ha avvertito gli imprenditori che il virus che si stava diffondendo era il più aggressivo della storia recente del mondo, tanto da far pensare a una situazione analoga alla pandemia del 1918.

Il senatore ha provato a negare, ma la National Public Radio l’ha inchiodato con una registrazione. Quanto alla vendita dei titoli, il senatore ha sostenuto che le operazioni sono state registrate a metà febbraio, ma erano state realizzate prima. Si sta indagando, ma sono in molti a chiede le dimissioni di Burr che il vizietto di usare informazioni private a fini personali sembra averlo avuto anche in passato, visto che nel 2009 si vantò pubblicamente di aver chiamato la moglie chiedendole di ritirare dalla banca più denaro possibile dopo aver ricevuto un’informativa riservata sui rischi di congelamento del credito nella crisi post Lehman. Così ora anche Carlson Tucker, l’anchor della rete conservatrice Fox, assai ascoltato ed elogiato da Trump, chiede le dimissioni del senatore repubblicano.

Tag: #Esteri

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