Venezia 2.0  è un parco a tema  In un romanzo,  per adesso...

Pubblicato lunedì, 15 luglio 2019 ‐ Corriere.it

È il 2080, il 95 per cento di Venezia è sommerso ed è rimasto soltanto un pugno di residenti. La città è diventata il polo museale Venice Park -Venezia 2.0, gestito da un Ente Parco che la monitora in tutti i modi, estrema evoluzione dei tornelli di ingresso. Le visite guidate sono l’unico modo per vederla, con accompagnatori che per assumere il ruolo devono sottoporsi a un esame severissimo che contempla anche una prova di dialetto. Ci sono vari livelli di guide, ognuno dei quali ha un badge di diverso colore: quelli con il tesserino bianco Venezia nemmeno la vedono, a loro spetta la bassa manovalanza degli ingressi; quelli con il badge verde accompagnano i visitatori in tour virtuali nelle sale ologrammi e nelle sale interattive. Per la sicurezza dei tesori artistici e architettonici, infatti, la basilica di San Marco è stata svuotata: marmi, arredi, mosaici, pavimenti sono stati staccati e ricollocati su strutture identiche, in resina ultraleggera stampata su uno scheletro di carbonio, nell’area dell’ex Montedison: è la Venezia 2.0. Soltanto quindici sono le guide di livello rosso, quelle che possono portare i turisti nella città, mostrare, dalle passerelle rialzate e dalle imbarcazioni, la vera Venezia, farli entrare nelle chiese e nei palazzi accessibili. E poi c’è quel che resta della città: in piazza San Marco è rimasto l’involucro vuoto della basilica, di muratura e laterizio, protetto in un gigantesco guscio di cristallo impermeabile e fotoresistente.
Il romanzo di Paolo Malaguti, «L’ultimo carnevale», è edito da Solferino (pp. 150, euro 17) È tanto più angosciante quanto più verosimile, L’ultimo carnevale di Paolo Malaguti, scrittore padovano, autore, nel 2017, di Prima dell’alba (Neri Pozza) che, immaginando l’assassinio del «fucilatore di Caporetto», il generale Andrea Graziani, rimandava alla Prima guerra mondiale. Nel nuovo libro Malaguti fa un passo di lato rispetto al romanzo storico — praticato anche ne La reliquia di Costantinopoli (Neri Pozza, 2015) ambientato in una Venezia cinquecentesca — e lambisce la distopia.



Paolo Malaguti è nato a Monselice (Padova) nel 1978 . Tra i suoi libri: «I mercanti di stampe proibite» (Santi Quaranta, 2013), «La reliquia di Costantinopoli» (Neri Pozza, 2015) e «Prima dell’alba» (Neri Pozza, 2017)L’ultimo carnevale intreccia le vicende di quattro personaggi: la giovane guida Carlo che, appena superato l’esame, si trova a condurre il suo primo gruppo di turisti nella città vera e propria; Michele, un addetto alla sicurezza, richiamato in servizio subito dopo aver smontato dal turno di notte; la resistente Rebecca, esponente di quei gruppi che cercano di far sentire la propria voce, disposta a uccidere pur di non lasciare morire la sua città; il vecchio Giobbe, il personaggio di gran lunga più riuscito, un millennial ormai ultraottentenne che è nato e cresciuto a Venezia e, dopo essere stato mandato via e aver perso ogni cosa — anche l’amata moglie, anche l’odore di freschìn, tipico della laguna — vuole in tutti i modi riprendersi la sua città: «È bello sentirsi in grado di provare un odio così profondo a ottant’anni suonati, lo fa sentire vivo, ancora capace di atti di forza, ancora più eroici perché il pentimento, lì davanti, non è più molto». Tutto avviene in un giorno, tra le maschere del martedì grasso del 2080, dall’alba al tramonto.
Troppi i richiami alla realtà perché L’ultimo carnevale possa essere considerato un romanzo distopico: il ticket d’ingresso, le Grandi Navi nel canale, tutto ricorda i temi caldi di oggi. Persino la protesta dei Serenissimi che vent’anni fa occuparono piazza San Marco issando sul campanile la bandiera di Venezia viene riecheggiata nel gesto eclatante di Rebecca.
Dedicato ai «figli del nuovo millennio» e «alle loro ribellioni», il libro è una riflessione sulle nuove generazioni e sul loro futuro (l’autore insegna in un liceo di Bassano): l’ambiente, le città, il lavoro e il conto che toccherà pagare ai nostri figli in una società destinata a essere sempre più vecchia.
Malaguti tocca delle ferite aperte con mano delicata ma senza soggezione: il destino mortifero di Venezia, dovuto a cause oggettive (l’innalzamento delle acque derivante da un’azione combinata della subsidenza delle isole della laguna e dall’innalzamento dei mari) e antropiche (il turismo di massa che ogni giorno satura la città rischiando di mutilarla) ha il fascino cupo dell’ineluttabile, sorretto dall’abilità dello scrittore nel creare immagini di grande potenza visiva. Come il cimitero di San Michele in Isola, quasi sommerso dall’acqua, dove anche i morti sono stati sloggiati.

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