Usa 2020, fattore Bloomberg. «È l’unico in grado di battere Trump»

Pubblicato domenica, 16 febbraio 2020 ‐ Corriere.it

DAL NOSTRO INVIATO
RICHMOND Primo applauso: «Mi sono candidato per battere Donald Trump». Secondo, più convinto: «Non sono qui di passaggio, sosterrò chiunque uscirà dalle primarie democratiche». Michael Bloomberg è, finalmente, in campagna elettorale come tutti gli altri concorrenti alla Casa Bianca. Ha uno stile diverso. Discorsi brevi, quasi per titoli, un giro veloce tra i supporter, strette di mano e qualche parola; niente coda per i selfie, niente conferenze stampa con i giornalisti. È un miliardario e si vede: ha già investito molte risorse in tante città americane. In Virginia ha aperto sette uffici e assunto 80 funzionari. «Ed è solo l’inizio» fa sapere il suo staff.
L’abbondanza di denaro trasuda da ogni particolare. Sono le 16 di sabato pomeriggio, 15 febbraio. Le istruzioni per raggiungere l’Hardywood Park Craft Brewery, un birrificio alla periferia di Richmond, sono chiare. Se non trovate posto, lasciate la macchina nel parcheggio dello stadio per il baseball: funzionerà un servizio navetta. Ed è così: solo che nell’enorme piazzale ci saranno solo cinquanta vetture e le decine dei lussuosi van «Limousine» fanno la spola semivuoti.
Nella grande cantina si presentano duecento, massimo 300 persone. Molte pantere grigie, qualche famiglia, pochi afroamericani. Chiacchierando viene fuori che sono ex clintoniani, poco o per niente convinti dalla tenuta di Joe Biden, diffidenti verso il massimalismo di Bernie Sanders, poco attratti dall’«inesperto» Pete Buttigieg. In un angolo una coppia di giovani, Jordan 30 anni, consulente di marketing, e Sarah, 29 anni, manager sanitaria, si sente un po’ fuori posto: «Abbiamo notato che non ci sono ragazzi...». Ma proprio loro offrono le due ragioni principali per votare quest’uomo di 78 anni, sindaco popolare e anche controverso di New York dal 2001 al 2013. Osserva Sarah: «Per me è un processo di esclusione: mi sembra l’unico in grado di sconfiggere Trump». Jordan aggiunge: «È un uomo diretto, pratico. Ha dimostrato di essere in grado di realizzare i suoi obiettivi».
E infatti lo slogan della campagna è «Mike will get it done», Mike lo farà. «Dovreste conoscerlo, altrimenti ho buttato via un sacco di soldi», commenta Bloomberg dal palchetto tra le botti. Ed è una delle poche battute che concede in 25 minuti di «speech». Asciutto, si attiene al testo, con poche variazioni di tono. Uno stile poco carismatico e che contrasta con gli appelli all’«indignazione», alla «ribellione morale»,«civile» contro Trump. «Siamo tutti e due di New York, ma non potremmo essere più diversi. Lui ha ereditato la sua ricchezza; io l’ho costruita da solo. Lui crede alle teorie più strampalate sul climate change; io sono un ingegnere e mi fido della scienza; lui ha diviso il Paese; io lo voglio unificare». Ma quando è il momento di passare alla parte propositiva, restano poche cose da annotare sul taccuino. Promette di creare «posti di lavoro ben pagati», «aumentare gli stipendi», «aprire una strada verso la cittadinanza per gli immigrati irregolari», «garantire la copertura sanitaria a tutti gli americani». Però non spiega come, con quali risorse pubbliche, con quali scadenze. È uno schema diverso dalla precisione radicale di Elizabeth Warren, ma anche dal gradualismo di Buttigieg o Amy Klobuchar.
In realtà Bloomberg propone il suo marchio, la sua storia, la sua capacità di gestione testata nelle sue aziende e nella «Grande Mela». Non servono grafici e tabelle: è lui la garanzia ultima del programma. Da questo punto di vista è un approccio simile a quello del suo detestato avversario. Anche «The Donald» nel 2016 girava il Paese dicendo: «Avete visto che cosa ho realizzato nella mia vita? Bene lo farò anche per voi».
Ora che è in corsa per la Casa Bianca, Bloomberg dovrà fronteggiare polemiche e contestazioni. I «difensori del Secondo emendamento», cioè il diritto a portare armi sancito dalla Costituzione, sono arrivati anche da fuori. Casacche militari, bandiere bianche con l’immagine di un fucile d’assalto e gli slogan: «Prova a prenderle se ci riesci». «Black Gun matter», cioè «i fucili neri contano». Stiamo parlando degli Ar-15 usati per «attività sportive» e purtroppo per fare strage di innocenti nelle scuole o nei supermercati. Bloomberg ha fondato una delle associazioni più importanti contro la facile circolazione delle armi. E sta portando questo tema al centro delle primarie democratiche. Dall’altra parte della strada si assiepano altri manifestanti: no allo stop and frisk. Contestano la pratica di fermare e perquisire soprattutto i giovani afroamericani, adottata da Bloomberg da sindaco. Lui se n’è scusato pubblicamente. Ma quei marciapiedi di Richmond rispecchiano opinioni diffuse: c’è chi considera «Mike» un «pericoloso liberal»; chi «uno sporco fascista».
Il 3 marzo, con le primarie in 14 Stati, si capirà quale sia lo spazio politico a disposizione dell’outsider miliardario. La giornata in Virginia si chiude con il «Blue Commonwealth Gala» del partito democratico locale. Presenti le autorità e oltre 1500 militanti che cenano intorno a 150 tavoli rotondi. Bloomberg ripete esattamente le stesse cose dette in birreria. Battimani, spesso di cortesia. Jennifer McClellan, senatrice nel Congresso dello Stato, prova a tirare le fila: «Il punto più forte di questa candidatura è il tentativo di unire i progressisti; il più debole è che Mike non ci ha spiegato che cosa vuole fare concretamente per i nostri elettori, in particolare per gli afroamericani».

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