Un’etichetta per il benessere animale:  gli allevamenti etici saranno «doc»

Pubblicato lunedì, 25 maggio 2020 ‐ Corriere.it

Un pollo è un pollo, qualcuno potrebbe pensarla semplicemente così. Ma per molte persone assume invece grande importanza il modo con cui è stato allevato. E per tanti motivi: etici, compassionevoli, salutistici o per la tutela dell'ambiente. Per quanto quell’animale debba comunque finire nel piatto, conoscere il suo percorso di allevamento e di conseguenza di vita per una parte sempre più significativa di consumatori fa differenza. Ecco perché un’etichetta chiara e trasparente che permetta a chi acquista di avere il maggior numero di informazioni possibili sull’animale e su come è arrivato sui banchi del supermercato potrebbe essere decisamente utile. E potrebbe ora diventare realtà grazie ad una proposta di legge — prima firmataria Rossella Muroni di Leu ma sottoscritta anche da esponenti di Pd, +Europa e Gruppo Misto — presentata questa mattina e depositata alla Camera.
La proposta, un unico articolo con nove commi, è sostanzialmente quella di indicare al consumatore il livello di benessere che è stato garantito all’animale prima della macellazione, evidenziando tra l’altro il metodo di allevamento e l’eventuale utilizzo di gabbie. Ai ministeri della Salute e delle Politiche agricole è demandato il compito di stabilire i criteri di valutazione, sulla base di requisiti sanitari e delle modalità di gestione degli animali, e le modalità di controllo, che sarebbero affidate a organismi terzi accreditati.



Uno dei punti-cardine del testo è la volontarietà: allevatori e aziende non saranno obbligati ad adottare questa etichetta, e di conseguenza a sottoporsi ai relativi controlli, ma se lo faranno potranno contare su un valore aggiunto, una sorta di certificazione ufficiale. Perché il problema nasce proprio da qui: più volte Ciwf e Legambiente hanno denunciato l’utilizzo piuttosto disinvolto sulle confezioni di definizioni come «benessere animale», «fresco di allevamento», «genuino», «naturale» e via dicendo, magari accompagnate da immagini di animali che pascolano placidamente in prati rigogliosi. Ma spesso packaging e realtà non corrispondono. Di qui l’idea di una sorta di «bollinatura» per quegli operatori che credono veramente nell’importanza di attuare metodi di allevamento rispettosi degli animali e che per questo potrebbero essere valorizzati da un riconoscimento istituzionale. Un po’ come avviene con altri tipi di marchiatura sulle origini dei prodotti o sul rispetto di determinati disciplinari di produzione.
«Parlare genericamente di benessere animale in etichetta, senza che vi siano dei criteri per definirlo — sottolinea l’on Muroni — non ha molto senso se non si danno informazioni sul metodo di allevamento e pertanto può essere utilizzato indistintamente per animali allevati all’aperto, al chiuso o addirittura in gabbia. Invece è bene che il cittadino consumatore al momento dell’acquisto possa riconoscere, ad esempio, se il prodotto proviene da un allevamento intensivo o in decine di ettari di pascolo, come nel caso della cinta senese. Conoscere con quale metodo è stato allevato un animale è già un’indicazione sul suo potenziale stato di salute e benessere». Muroni ricorda inoltre come altri Paesi europei stanno definendo etichette analoghe. «E nel mercato globalizzato — puntualizza la parlamentare — questo potrebbe comportare un vantaggio a scapito della nostra produzione nazionale». Di qui la proposta di legge che, precisa l’on. Muroni, «è a tutela della libertà di scelta dei cittadini e a difesa degli allevatori italiani virtuosi, che lavorano ogni giorno per dare una vita migliore agli animali e un futuro alla propria attività, rispettando l’ambiente e la salute delle persone».

Tag: #Animali

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