Siria, gli Stati Uniti hanno iniziato la ritirata verso il Kurdistan

Pubblicato venerdì, 11 gennaio 2019 ‐ Corriere.it

Dal nostro corrispondente
WASHINGTON — «Abbiamo cominciato il ritiro dalla Siria, ma per ragioni di sicurezza non forniremo alcuna indicazione sui tempi e sui movimenti delle truppe», annuncia, con una mail inviata all’Associated Press, il colonnello Sean Ryan, portavoce del quartier generale americano a Baghdad.
«Stiamo portando voi solo parti dell’equipaggiamento, ma nessun militare» correggono due funzionari del Pentagono, parlando, però, informalmente con i giornalisti. È un’altra giornata di confusione a Washington. Al Congresso nessuno sa nulla, neanche i parlamentari repubblicani che seguono più da vicino il Medio Oriente. I riscontri che arrivano dal campo sono frammentari. Rami Abdel, direttore dell’Osservatorio dei diritti umani fa sapere che «circa 150 soldati si sono ritirati dalla base americana di Rmeilan». Nella notte di giovedì scorso, 10 gennaio, alcuni attivisti dell’organizzazione hanno visto un convoglio composto da una decina di autoblindo, più alcuni camion, lasciare la cittadina a nord est della Siria, e dirigersi verso l’Iraq. «Normali spostamenti di militari», rispondono, sempre in modo anonimo dal Dipartimento della Difesa, aggiungendo che anzi «potrebbero essere aggiunti altri soldati per facilitare la smobilitazione».


L’impressione è che gli Stati Uniti abbiano comunque iniziato ad avviarsi verso la porta d’uscita. Lentamente, però, e cercando di sistemare la crisi politica aperta con la Turchia. Martedì scorso il presidente Recep Tayyip Erdogan si era rifiutato di incontrare il John Bolton, in visita ad Ankara. Il consigliere per la sicurezza nazionale voleva la garanzia che l’esercito turco non avrebbe attaccato la formazione curda dello Ypg, dislocata nel nord est della Siria e, fin dall’inizio del conflitto, partner degli americani nella lotta all’Isis. Erdogan, furibondo, aveva pubblicamente attaccato Bolton, rivelando che «gli accordi con Donald Trump erano altri».
I due leader hanno discusso del dossier Siria in diverse occasioni nell’ultimo mese. Ma solo negli ultimi giorni l’amministrazione americana si è mossa per garantire la sicurezza dei miliziani curdi, considerati dai turchi semplicemente dei terroristi. Motivo? Dopo l’annuncio di Trump, la leadership dello Ypg ha chiesto protezione al regime di Bashar al Assad e al suo alleato Vladimir Putin. A quel punto Bolton si è messo in moto per non lasciare altro spazio nella regione alla Russia e, soprattutto, all’altra sponda di Assad, l’Iran.
Ieri Bolton ha detto che i colloqui tra Stati Uniti e Turchia riprenderanno la prossima settimana. Sarà un confronto lungo e complicato, ma intanto i due alleati Nato tornano in contatto. Il 5 febbraio è attesa qui a Washington una delegazione turca guidata dal vice ministro degli Esteri, Sedat Onal. Nel frattempo Trump bada alla sua priorità assoluta: il Muro. Sempre più esigue le possibilità di un compromesso. La Speaker dei democratici, Nancy Pelosi, raddoppia l’offerta di fondi: 2,8 miliardi di dollari per la sicurezza al confine. Agenti, attrezzature, ma neanche un dollaro per il Muro. Il presidente ha annunciato che «aspetterà ancora un po’» a dichiarare l’emergenza nazionale e, eventualmente, utilizzare le risorse destinate alle catastrofi naturali in Texas, California e Porto Rico per costruire »la grande Barriera».

Tag: #Esteri

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