Siri e la corruzione, i pm accelerano Conferme dal re dell’eolico

Pubblicato lunedì, 15 luglio 2019 ‐ Corriere.it

Dal «boss dell’energia eolica» sospettato di mafia, Vito Nicastri, sono arrivati «elementi utili» a sostenere l’accusa di corruzione contro il senatore ex sottosegretario leghista Armando Siri e l’imprenditore Paolo Arata, che di Nicastri è considerato socio occulto. A parte Siri, sono tutti agli arresti, su ordine dei magistrati siciliani che indagano sugli intrecci tra affari, corruzione e presunti legami con Cosa Nostra: il boss in carcere, Arata ai domiciliari dopo venti giorni trascorsi a Regina Coeli. Dalla sua cella Nicastri ha cominciato a collaborare, prima con la Procura di Palermo e ora con quella di Roma — titolare dell’inchiesta su Siri — che l’ha interrogato l’8 luglio, insieme al figlio Manlio, anche lui in prigione. Ottenendo riscontri che hanno convinto il procuratore Paolo Ielo e il sostituto Mario Palazzi a chiedere un incidente probatorio: in pratica un’anticipazione di processo, con la ripetizione degli interrogatori a Vincenzo e Manlio Nicastri, ma davanti al giudice dell’indagine preliminare e degli avvocati difensori. Ne verrà fuori una prova per un eventuale dibattimento, senza bisogno di repliche in tribunale.

Una mossa che svela l’intenzione dei pubblici ministeri di «cristallizzare» dichiarazioni che confermerebbero il quadro accusatorio. E fa capire come gli stessi pm ritengano di aver imboccato la pista giusta, contestando a Siri il reato di corruzione per avere «ricevuto indebitamente la promessa e/o dazione di 30.000 euro da parte di Arata». Una tangente in cambio dell’«asservimento ad interessi privati» dell’allora sottosegretario al ministro delle Infrastrutture, il quale si sarebbe dato da fare «proponendo e concordando con gli organi apicali dei ministeri competenti l’inserimento in provvedimenti normativi» di «emendamenti contenenti disposizioni in materia di incentivi per il cosiddetto “minieolico”».

Un affare al quale sarebbero stati molto interessati sia Nicastri che Arata, com’è emerso dalle intercettazioni che hanno dato il via all’inchiesta. Il «boss dell’eolico», imputato per mafia (c’è una richiesta di condanna a 12 anni di galera) e sospettato di legami con il superlatitante Matteo Messina Denaro, un anno fa era agli arresti domiciliari. Suo figlio Manlio invece era libero, e per conto del padre teneva i rapporti con l’esterno; dunque anche con Paolo Arata e il figlio Francesco, impegnati nello stesso ramo imprenditoriale e con buoni agganci a Roma. Soprattutto Arata sr., già deputato di Forza Italia, poi consulente della Lega per le questioni energetiche e in stretto raccordo con Siri, che riuscì a ottenere il posto di sottosegretario se non al ministero dello Sviluppo economico almeno in quello delle Infrastrutture.

Parlando al figlio Francesco e a Manlio Nicastri, Arata spiegava che l’emendamento che avevano tanto a cuore sarebbe passato, facendo capire che Siri si stava dando da fare per questo. In cambio di soldi, anche se era un amico, «ma gli amici vanno pagati...». In quei discorsi compaiono i riferimenti ai 30.000 contestati dai pm romani. Negati dagli indagati, Siri e Arata, ma — si intuisce ora — non da Nicastri. Che dopo il nuovo ordine d’arresto (il 12 giugno, insieme agli Arata) ha deciso di cambiare atteggiamento. E con i pm di Roma avrebbe ammesso che proprio dal suo socio occulto aveva saputo della promessa della tangente per Siri in cambio degli emendamenti che servivano a loro. Di qui la richiesta di anticipare questo pezzo di processo all’ex sottosegretario inquisito per corruzione; rimosso dal premier Conte dopo tre settimane di richieste di dimissioni rimaste senza esito, ma ieri nuovamente al fianco di Salvini al tavolo con sindacati e imprenditori.

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