«Scritta nazista, presto una svolta»

Pubblicato sabato, 25 gennaio 2020 ‐ Corriere.it

«Penso che arriveremo presto a un risultato», dice con un certo ottimismo il procuratore di Cuneo, Onelio Dodero. Per risolvere in tempi rapidi il caso delle scritte naziste a Mondovì, Dodero ha messo in campo una vera e propria task force: Digos, Scientifica della Polizia, Ros dei carabinieri, oltre a decine di uomini dell’Arma mobilitati nel Cuneese. C’è da dare un nome al responsabile dell’oltraggio antisemita che ha provocato l’indignazione del Paese richiamando di colpo alla memoria i tempi neri dello sterminio. Riflettori puntati su quelle due parole, «Juden Hier», qui ci sono ebrei, scritte velocemente con uno spray nero sulla porta d’ingresso della casa di Lidia Rolfi, staffetta partigiana deportata nel 1944 nel campo di concentramento tedesco di Ravensbruck. Un’insegnante, una testimone dell’inferno, un simbolo della resistenza. Da quando lei non c’è più, anno 1996, nella vecchia abitazione di due piani che si affaccia sulla stretta viuzza a lei intitolata, ci vive il figlio Aldo.
«Si lavora a 360 gradi», ha sottolineato il magistrato. Ma nei 360 gradi, che comprendono anche la ragazzata, il gesto sconsiderato e il gruppo neonazi, c’è un aspetto sul quale si stanno concentrando le indagini. È la particolarità della scritta, che non ha precedenti in Italia. «Juden Hier» è associata alla Notte dei cristalli, quando nel novembre del 1938 sui territori del Terzo Reich la Germania nazista massacrò e violentò uomini e donne, distruggendo e incendiando i luoghi della comunità ebraica, con una feroce caccia casa per casa, negozio per negozio, sinagoga per sinagoga. Di fatto, il punto di partenza dell’Olocausto. Gli inquirenti sospettano che l’autore del gesto sia un buon conoscitore della notte di sangue in cui si scatenò la furia antisemita. Non è ancora dato sapere quali siano gli elementi che portano a questo approfondimento ma si parla di qualche stranezza da verificare e non si escludono sorprese. Sono stati visionati i filmati della zona, in particolare quello di una telecamera posizionata proprio su via Rolfi, anche se l’inquadratura non è favorevole. La Scientifica sta analizzando i colori della scritta, per un’indagine tecnica che procede di pari passo con quella tradizionale: sentiti decine di testimoni, fra cui i negozianti di bombolette spray. In attesa di sviluppi dal fronte investigativo, parla il rappresentante del mondo ebraico piemontese, mondo del quale, è bene ricordarlo, Lidia Rolfi non faceva parte per il semplice fatto che era cattolica. «Ma chi coltiva simpatie naziste non fa molte distinzioni: ebrei, partigiani, deportati, tutti nello stesso mazzo — ricorda Dario Disegni, presidente della Comunità ebraica di Torino —. Quanto alla scritta, in effetti in Italia non l’avevamo mai vista. Chi frequenta il web non ha però difficoltà a trovarla. È comunque tutto così angosciante e inquietante: l’ebreo come nemico». L’ultimo a Mondovì fu Marco Levi, imprenditore della ceramica e banchiere, mancato nel 2001, che lasciò in eredità alla cittadina un museo. «Debito di gratitudine per essere sopravvissuto alla shoah grazie alla copertura dei monregalesi, ma dopo di lui, più nessuno», precisa il professore Stefano Casarino, presidente dell’Associazione partigiani di Mondovì, per dire che le famiglie di un tempo oggi non ci sono più. «O il mentecatto è un profondo conoscitore — azzarda — o è uno che non se ne intende per niente». Cioè, o si tratta di uno che conosce anche le sfumature di «Juden Hier», dove si confondono ebrei e amici, o è uno sprovveduto che non sa nulla di Lidia Rolfi, deportata politica, cattolica.

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