Quentin Tarantino e «Once Upon a Time… in Hollywood»: quanto è autoreferenziale il regista, questo film interessa solo a lui

Pubblicato mercoledì, 22 maggio 2019 ‐ Corriere.it

Due ore e mezza di coda (per fortuna sotto un cielo non più piovoso) per conquistare un posto alla prima mondiale del nuovo Quentin Tarantino, Once Upon a Time… in Hollywood, C’era una volta a… Hollywood, in Italia da metà settembre. Ne valeva la pena? Senza esitazioni rispondo «no», con buona pace dei tarantiniani pronti ad applaudire comunque, ovunque e semprunque il loro idolo. Che ancora una volta ha dato libero sfogo alla sua cinefilia citazionista, come sempre più spesso tende a fare ultimamente.Convinto che il cinema gli abbia cambiato la vita, Tarantino torna a costruire un monumento alla settima arte, secondo lui capace, come era già successo in Bastardi senza gloria, di cambiare addirittura il corso delle cose. Ma per arrivare a fare i conti con questo potere taumaturgico, divaga per più di due ore (il film ne dura due e tre quarti) divertendosi a ricostruire con spirito più o meno filologico la Hollywood degli anni Sessanta e i suoi prediletti film di serie B.
Di quel cinema, che spesso finiva sui canali televisivi o nei locali a doppio programma, Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) è stato una piccola stella, diviso tra serial western, filmetti di guerra e show canterini. Al suo fianco, fedelissima controfigura ma anche autista e servizievole amico, Cliff Booth (Brad Pitt). Quando il film comincia, nel febbraio 1969, Rick sta iniziando a vivere la sua parabola discendente, come gli spiega con elegante lucidità l’agente Marvin Schwarzs (Al Pacino), implacabile nel dedurre dai ruoli di «cattivo» che iniziano ad affidargli i segnali del suo decadimento artistico.Tarantino conosce molto bene quel tipo di cinema e si diverte a rifarne lunghe scene, a raccontare il dietro le quinte di Hollywood, a punteggiare il racconto di manifesti, di locali che programmano piccoli e grandi titoli di allora, di improvvise apparizioni: Steve McQueen (Damian Lewis), Bruce Lee (Mike Moh) e infine anche Roman Polanski (Rafal Zawierucha) e Sharon Tate (Margot Robbie), vicini di casa di Dalton.Ma se la moglie del regista polacco — come hanno anticipato tutti — verrà coinvolta nella storia del film, gli altri volti più o meno noti sono solo giochini privati che appaiono e spariscono senza lasciar traccia, piccoli e sterili divertimenti che forse appagano la bulimia cinefila di Tarantino ma non servono a molto altro.Perché prima di un finale che ribalta le carte in tavola (con qualche rischio di nessun rispetto per i personaggi reali), Tarantino si è concesso il lusso (onanistico?) di rifare intere sequenze dei suoi amati film di serie B, inventando per Rick anche una parentesi italiana dove l’attore americano va a lavorare con Corbucci e Margheriti.
Mentre affida all’amico Cliff il compito di farci conoscere la comune hippie dove germoglieranno le idee di Charlie Manson. Alla fine, però, non ne sappiamo certo di più sul sottobosco di Hollywood, né tutti quei film-nel-film riescono a trasmettere un qualche tipo di amore o passione per il cinema minore (che ha bisogno di ben altro che di scolastici e ripetitivi elenchi di citazioni). Servono solo a costruire l’auto-monumento di un regista convinto di potersi permettere qualsiasi cosa, a cominciare da una storia che arriva al dunque solo nell’ultima mezz’ora, e che cerca una complicità a senso unico: quella dell’adoratore muto e devoto.Di tutt’altro spessore il secondo film in concorso ieri, il coreano Gisaengchung (Parassita) di Bong Joon-ho, amara riflessione sulle differenze di classe e di cultura nella Corea del Sud, svolta però con un sarcasmo e una carica farsesca sorprendenti. Il film racconta come quattro poveracci finiscano per entrare nelle grazie di una ricca famiglia borghese scalzando chi era già al loro servizio.
Così i due figli diventano istruttori dei piccoli di casa, il padre si inventa autista e la madre domestica. Ma quando pensano di aver trovato finalmente il paradiso (e siamo solo a metà film) ecco che dal passato torna qualcuno che rischia di mandare all’aria i loro sogni di benessere e di tranquillità. Sarebbe sbagliato svelare i tanti e sorprendenti colpi di scena (il film è già stato comprato per l’Italia da Academy Two), che permettono al regista di scavare nei vizi e nei difetti dei suoi concittadini e aprono la storia verso un pre finale inaspettatamente sanguinolento e però insieme catartico. Come a Tarantino non è certo riuscito.

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