Porto, la parola che dà asilo alle navi (almeno nel dizionario)

Pubblicato sabato, 12 gennaio 2019 ‐ Corriere.it

Ci sono parole talmente potenti da accompagnare la loro storia con una ininterrotta produzione di derivazioni che invadono il vocabolario e arricchiscono le opportunità di comprensione della lingua. Sono parole che segnano l’evolversi di una civiltà. Ed è esattamente il caso di porto.
Fin troppo semplice ridurre il significato principale a quello che conosciamo: luogo, naturale o artificiale, dove le navi possono trovare asilo, riparo dalle tempeste, officine per le riparazioni, rifornimenti, effettuare le operazioni di carico e scarico di merci e persone.
Arriva all’italiano molto presto dal latino pŏrtus, che significa propriamente «entrata, passaggio». Infatti ha la stessa radice di pŏrta «porta». Sì, proprio quel vano nel muro che si può aprire a piacimento e che ci permette di entrare o uscire da un luogo chiuso.
Intanto esistono una quantità di porti diversi: i più noti sono quelli marittimi, ma ne esistono di fluviali (lungo i fiumi) e lacustri (nei laghi) e anche i porti canale se si trovano proprio nell’ultimo tratto del fiume in prossimità della foce. E sono molto diversi: si va dal porto commerciale, destinato alla movimentazione di merci e persone, a quelli industriali o petroliferi, dedicati al servizio di queste imprese, al porto militare, riservato alle imbarcazioni «armate» della Marina, a quelli turistici, che possono essere anche molto piccoli e sono vocati ad accogliere piccole imbarcazioni da diporto (che è parente ma viene dal francese, se déporter e vuol dire svago).
Nonostante le differenze tutti i porti, di qualunque tipo o dimensione, sono luoghi dove le navi possono trovare riparo durante le tempeste e avere le riparazioni e i rifornimenti di cui possono avere bisogno, dove le navi possono accedere con ogni tempo e sostare con sicurezza, o per dirla con parole che sembrano passate di moda e faremmo bene a tenere vive: «luogo che offre ricovero ai bastimenti».
Accidenti, no! Intanto una preziosa voce verbale, participio passato del verbo porgere («ho porto l’altra guancia») o anche prima persona singolare presente indicativo del verbo portare («Io porto il vino»). Non avete idea di quante volte le utilizziamo nel corso di una conversazione.
Se di porti possiamo parlare da quando gli uomini hanno imparato a navigare, il volo è rimasto un miraggio per millenni. Ma quando nel XX secolo il sogno si è avverato si è posto il problema di un luogo sicuro dove partire e arrivare: gli aeroporti. Più recentemente, per gli elicotteri, sono nati gli eliporti. Se volete comprare una pizza e mangiarvela comodamente a casa, chiedete se ne vendono «da asporto» (portare via) e probabilmente per fare prima userete un mezzo di trasporto.
Quel librettino con tutti i vostri dati di riconoscimento e la fotografia e che serve per spostarsi da uno Stato all’altro si chiama letteralmente passaporto. Se proprio non potete fare a meno di voler usare una pistola o un fucile (per sport) o per motivi legati alla sicurezza, dovete rivolgervi alle autorità per chiedere uno speciale permesso: il porto d’armi.
Anche se ci fermiamo alla definizione principale e immaginiamo una nave che entra in porto per scaricare le sue merci, ecco che vediamo i marinai affannarsi intorno a quelle grandi aperture che conducono alla stiva: i boccaporti. Se fosse merce che proviene dall’estero vuole dire che l’abbiamo importata, se invece va verso l’estero l’impresa la sta esportando ma in tutti i casi, state sicuri, ai proprietari il destino del carico «importa» molto.
Ci siamo dilungati ma con parole di questa complessità è inevitabile. Porto è anche un vino liquoroso prodotto nel nord del Portogallo, a circa 100 chilometri dalla città di Oporto (o Porto, è uguale). Il porto entra anche nell’origine del Portogallo, che deriva dal nome composto latino Portus Cale, il nome di un antico insediamento situato alle foci del fiume Duero. La progressiva corruzione in Portucale e Portugale ci ha portato al moderno Portogallo.
Quindi i galli col Portogallo non c’entrano niente e i galletti che ci rifilano come souvenir hanno un’origine diversa (il miracolo del galletto di Barcelos, nel nord del paese, che secondo la leggenda avrebbe salvato un condannato a morte). L’altra si riferisce alle arance che (come questa rubrica ha spiegato qualche settimana fa) sono arrivate in Europa nel porto di Lisbona, e proprio i portoghesi avrebbero fatto conoscere agli arabi questa varietà dolce, tanto è vero che la chiamano burtuqãl. Anche in molti dialetti italiani si cita il Portogallo per fare riferimento all’arancia dolce. Ma non è l’arancia ad aver dato il nome al paese, piuttosto il contrario.
Come abbiamo visto non solo usiamo il porto in tutte le sue infinite declinazioni, ma ha invaso la nostra vita. Tanto da aver conquistato un significato figurato che faremmo bene a non dimenticare: luogo reale o ideale di quiete; rifugio spirituale. Insomma un «porto sicuro».

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