Oleg Mandic, l’ultimo bambino uscito vivo da Auschwitz | Il video

Pubblicato domenica, 16 febbraio 2020 ‐ Corriere.it

dal nostro inviato
TREVISO Oleg Mandić arrivò ad Auschwitz nell’estate del 1944. Aveva 11 anni, con lui c’erano la madre Névenka e la nonna Olga. Gli tatuarono sul braccio sinistro il numero 189488 e gli assegnarono un triangolo rosso. «Prigioniero politico. A 11 anni!» sorride oggi amaramente. Fu liberato dall’Armata Rossa nove mesi dopo. «Mio nonno e mio padre si erano uniti ai partigiani jugoslavi, facevano parte degli alti ranghi vicini a Tito. I russi volevano portarci a Mosca, ma non c’erano voli. Evacuarono tutti dal lager, rimanemmo soltanto noi». Così Oleg è passato alla storia come l’ultimo bambino uscito vivo da Auschwitz.
Adesso è un uomo corpulento di 87 anni, uno sguardo dolce e una stretta di mano robusta. Ad Auschwitz-Birkenau è ritornato 13 volte. La prima nel 1969. «L’anno in cui scomparve mia madre. Anche lei voleva andarci ma non fu possibile, le promisi sul letto di morte che l’avrei fatto io. Andai poco dopo. Quando arrivai stavano proiettando un filmato. Mi prese un colpo, mi alzai e gridai: “Quello sono io!”. Per tre giorni mi fecero una grande festa». È un documento in bianco e nero straordinario, il momento in cui gli ufficiali russi comunicano a lui e alla sua famiglia che l’incubo è finito, che possono tornare a casa.



Oleg Mandić nel 1945 ad Auschwitz con la mamma Névenka e la nonna OlgaOleg (quando t’incontra ti chiede subito di dargli del tu) ha avuto un figlio, si è laureato in legge, ha lavorato nell’import-export e in un’impresa editoriale, come giornalista e nel marketing. La sua famiglia, di origine slava, viveva ad Abbazia, vicino Fiume, che allora era italiana, e infatti ad Auschwitz gli venne associata la sigla «It». Si sente però croato, ama l’Italia e ha vissuto per trent’anni a Milano, prova che i confini sono soltanto sulle carte geografiche. Da quando è in pensione gira per raccontare le atrocità che nessuno, soprattutto un bambino, dovrebbe mai vedere. «Il genio tedesco ha condensato millenni di conoscenze per creare un’industria, un nastro trasportatore che aveva come prodotto finale la morte. Dopo 8 mesi arrivava in modo automatico».
Calcola di essere sopravvissuto «il 5 per cento per merito mio, il 15 per l’amore di mia madre, l’80 per fortuna». All’arrivo venne lasciato nel reparto femminile, anche se dopo i 10 anni non avrebbe potuto. Quando lo scoprirono e decisero di trasferirlo gli scoppiò la febbre. «In quel posto dove ogni giorno venivano uccise sistematicamente migliaia di persone, la febbre era un problema». Così venne «isolato» nel terribile reparto del dottor Mengele. E per lui fu ancora buona sorte. «Faceva esperimenti sui gemelli, a me non mi considerava. Anzi lì mangiavo meglio».Tra i tredici ritorni al lager, ne ha contati cinque che definisce «per ragioni terapeutiche». «Nei momenti di difficoltà prendo l’auto, faccio il pieno e parto. Arrivo alle 7 di sera, quando i visitatori sono andati via, mostro il numero al braccio, il mio pass, entro, vado sulla rampa di Birkenau e sto seduto sui binari. Molto è cambiato, ma c’è ancora un albero come allora. Fa parte della mia vita, il punto d’incontro con il mio passato, con il mio destino, poter stare con le anime di chi non ce l’ha fatta».
È di questo che parla nei suoi incontri, in particolare con gli studenti, come oggi qui a Treviso chiamato da Chiara e da altri genitori dell’istituto scolastico Felissent. «I ragazzi sono i più importanti, sono loro che dovranno ricordare quando noi non ci saremo più». È preoccupato della nuova ondata di antisemitismo, ma soprattutto dell’indifferenza, lui che non è ebreo ma fu vittima della stessa intolleranza. «A chi tace in questi momenti dico: guai a stare zitto, dovresti ricordarti che negli anni Trenta, quando vennero a prenderti, non c’era nessuno a difenderti perché quando presero gli altri tu tacevi».A casa usa come fermacarte una pietra del crematorio numero 2. «Ogni volta che vado prendo un piccolo frammento. Fa parte della mia vita. Può scriverlo». Gli spettri del passato non lo abbandonano mai, eppure riesce a descriverli con leggerezza, perfino ironia. «A 12 anni avevo visto il male assoluto. Quello che mi aspettava da quel momento sarebbe stato un valzer. Grazie ad Auschwitz la mia vita è stata bellissima». Poi però gli citano un film che ha provato ad usare gli stessi toni lievi e lui si irrigidisce all’improvviso, perde il sorriso, come se sprofondasse di nuovo ad allora. «Io ero lì, io posso farlo. Chi non c’era non può permettersi di scherzare sull’orrore».

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