Non sono una mamma che fa torte ma la scuola non mi condanni

Pubblicato sabato, 12 gennaio 2019 ‐ Corriere.it

Quest’anno il Natale mi ha portato una fetta di stress del tutto inaspettata. A due settimane dalla tradizionale festa natalizia con recita della scuola materna del mio bambino, l’orario viene anticipato di circa due ore, alle 14. Faccio presente che mi sarà impossibile partecipare a causa dei miei impegni professionali (come me, del resto, non pochi altri genitori) ed un’insegnante mi risponde che «ognuno ha le sue priorità».
Ho dovuto lottare giorni per metabolizzare quella piccola frase infelice (che al singolo ho già perdonato, ben sapendo che gli incidenti di percorso capitano a tutti), ma non è stato facile, ingigantita com’era dalla frustrazione di sapere quale delusione avrebbe provato mio figlio per l’assenza della mamma. Di più: per me è stata come un ferro caldo posato su una ferita aperta; un dolore acuito dalla consapevolezza della sua ingiustizia e dall’amarezza per la sua provenienza: la scuola pubblica, in cui tanto ho creduto e voglio continuare a credere. Così ho deciso di scriverne e, facendolo, ho detto ad alta voce una cosa che non avevo mai osato dire neanche a me stessa. Nel mio faticoso percorso di conciliazione fra un lavoro molto impegnativo e la condizione di madre di due bambini piccoli, mi sono finora sentita molto più ostacolata ed appesantita, che non aiutata, dalle istituzioni educative pubbliche a cui (peraltro al primo fine di venirne appunto coadiuvata, non trattandosi ancora di scuola dell’obbligo) ho affidato i miei figli. Sia ben chiaro: al netto, anche qui, delle qualità dei singoli, anche meravigliose.

Dunque, negli ultimi anni - e da un certo punto al raddoppio, avendo due figli ravvicinati - ho fronteggiato: iniziative varie disseminate in tutto l’anno (feste, laboratori, merende) aperte ai genitori (anche con coinvolgimenti particolarmente pressanti, dall’esibizione canora previe prove alle corse nei sacchi alla richiesta di torte fatte in casa), fortunatamente spesso in orari che mi consentivano anche di non fare partecipare i miei piccoli, facendoli prelevare dalle tate, affinché non restassero delusi dalla mia assenza; ma anche altre (magari proprio quelle cruciali, come appunto il Natale) organizzate in orari proibitivi di piena frequenza, talora persino la mattina; costanti “compiti a casa” (non ovviamente ai bimbi di età prescolare, ma) ai genitori, dai costumi fai-da-te alle raccolte di foto alla costruzione di oggetti eccetera. Il tutto, naturalmente, affiancato alle irrinunciabili attività istituzionali, quali inserimenti, colloqui con gli educatori e riunioni di classe. Speravo di tirare un po’ il fiato con l’acquisizione di una prima autonomia corporea e sociale dei miei figli, ma mi sbagliavo. La fatica dell’accudimento che prima era solo fisica ha lasciato il posto ad una fatica sempre più mentale quando, con la frequenza di nidi e materne, ho preso atto di essere una mamma diversa e meno presente nella vita dei miei bambini rispetto alla maggioranza delle altre mamme, che vanno a prendere i bambini all’uscita, che si conoscono fra loro e conoscono tutti i compagni dei figli, che preparano le torte per le merende, che organizzano lodevolissime iniziative benefiche e non mancano mai a nessuna festicciola dell’asilo. Sono persino arrivata a vacillare in alcune delle mie convinzioni più profonde, ad esempio quella che per essere una brava madre non è necessario saper fare una torta. Confesso che in qualche momento, particolarmente stanca e demoralizzata, mi sono chiesta quanto ancora fossi in grado di reggere e, soprattutto, quanto ancora dovessero pagare i miei figli per il mio lavoro; e da qualche parte della mente è baluginata, anche se per un impercettibile istante, la tentazione di smettere di lavorare. Quindi so bene, ora, quante volte e con quanta insistenza in più questi pensieri debbano affacciarsi alla mente di donne che fanno lavori meno belli del mio, oltre che magari poco pagati. E capisco bene, ora, quelle che alla fine cedono, in tutto o in parte (mettendosi cioè, potendo, a lavorare meno); per poi subito, magari, buttarsi a capofitto nel ruolo di supermamme, cucinando torte per la scuola e finendo così per alimentare il circolo vizioso del senso di inadeguatezza delle altre. (Beh, ovviamente, ci sono anche le supermamme e superlavoratrici insieme che hanno la mia sconfinata ammirazione; ma vi prego, per la mia autostima, fatemi continuare a credere che siano una minoranza). E la scuola? Non mi sono ancora affacciata a quella dell’obbligo, il mio primogenito la inizierà a settembre. Forse troverò un mondo completamente diverso da quello che ora sto pungolando. Ma non nascondo di essere preoccupata, specie vedendo che mio figlio sembra ormai dare per scontato che i compiti scolastici si facciano con un “grande” (preferibilmente, è ovvio, la mamma). Ecco, se la scuola di oggi è quella di cui si dà un assaggio negli asili, io faccio fatica a riconoscermici.
Sarò rigida e certamente di parte (o forse anche svogliata, se mi si vuole accusare), ma l’infinita gratitudine per la scuola pubblica, che mi ha portata ad essere e a fare ciò che sono e ciò che faccio ora, in totale autonomia e senza aiuti familiari di alcun tipo, ha basi solide e ricordi che contrastano con il modello “partecipato” che con disagio sto vivendo. Al di là, è ovvio, dei singoli casi umani, l’unico vero supporto che veniva richiesto alle famiglie dall’istituzione scolastica erano la fiducia piena ed il profondo rispetto per i suoi rappresentanti. Altro che genitori che danno del tu agli insegnanti, sminuendone così, anche agli occhi dei figli, autorità e autorevolezza; che fanno i mattacchioni alle feste ma sono pronti ad aggredire la maestra se ha sgridato il bambino. Certamente il nuovo corso deve avere dei meravigliosi vantaggi educativi. Io però so altrettanto per certo che questa rafforzata richiesta di partecipazione familiare (oltretutto male amalgamata alla rigidità organizzativa degli orari) fa paradossalmente a pugni con la mutata composizione delle famiglie, sembrando adattarsi a un’epoca di mamme tutte casalinghe o, almeno, fortemente coadiuvate da nonni ancora in forze o altri familiari in grado di accudire i più piccoli: non si accorge tra l’altro la scuola che, soprattutto in certe realtà urbano-italiche (ben altra è l’età media delle primipare in paesi più avanzati sulla parità di genere..), le mamme sono sempre meno giovani, e quindi anche sempre più sole nell’accudimento dei figli? E pensa onestamente la scuola che un impegno di partecipazione così grande venga ripartito equamente fra i due genitori? Non pensa che ad impegnarsi di più sarà inesorabilmente chi dei due ha il lavoro meno remunerativo? O semplicemente chi dei due, per convenzione sociale, verrà guardato meno storto al lavoro se si assenta spesso per le attività scolastiche dei figli? O semplicemente chi sa, fisiologicamente, di rivestire il più importante ruolo parentale nei primi anni di vita del figlio, e si sente quindi più in dovere di esserci? Non ritiene, la scuola, che suonino come un po’ beffardi tutti quegli inviti politicamente corretti ai “genitori”, senza distinzione di genere, quando poi (sparo numeri secondo la mia limitata esperienza) sono donne l’85% dei presenti alle riunioni dei genitori ed il 99% dei rappresentanti e degli altrimenti più impegnati nelle varie attività “di raccordo scuola-famiglia”? (Invece negli occasionali momenti ludici – e non è un caso, vero mamme? – i papà possono anche arrivare ad essere un buon 40% del totale). E, se si considera che anche quasi tutti gli insegnanti, quantomeno dei più piccoli, sono di genere femminile, non ritiene la scuola che si stia continuando a perpetrare nelle menti dei nostri bambini l’accostamento infanzia – doveri femminili? E cosa pensa la scuola – per tornare alla mia storia inziale – delle mamme che hanno assunto impegni magari importanti nei confronti di altri, sapendo di dovervi talora sacrificare pezzetti di felicità personale e dei loro cari? Cosa pensa, anzi, la scuola dell’etica del lavoro (di tutti i lavori, anche dei più umili)? Quale messaggio al riguardo è giusto trasmettere ai piccoli abitanti di una Repubblica “fondata sul lavoro”? E non è forse ingiusto, sia per i piccoli che per le loro mamme “impegnate”, che la scuola contribuisca a disseminare il germe inestirpabile (anche quando, qualche anno dopo, il piccolo capirà che la mamma non esiste solo per lui) del rancore profondo da (presunto) deficitario accudimento nella prima infanzia? Non vede la scuola pubblica che quelle mamme “impegnate” ed esaurite si stanno rivolgendo sempre più spesso a strutture private, dove una delle priorità è il supporto alla famiglia, più che non lo sforzo della famiglia? Non sarebbe bello che la scuola pubblica italiana restasse la scuola di tutti, garanzia di qualità e di moralità (anche pubblica), fucina di pari opportunità sin dai modelli che propone? Cari insegnanti e dirigenti scolastici, dateci una mano. Buon 2019.

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