Noemi Di Segni: «In Israele ho respirato cultura, mai odio»

Pubblicato sabato, 25 gennaio 2020 ‐ Corriere.it

Noemi Di Segni, 50 anni, doppia laurea in Economia e commercio e in Giurisprudenza, una specializzazione in Diritto ed economia della Comunità europea, guida dal luglio 2016 l’Unione delle Comunità ebraiche italiane, ovvero il complesso, dialettico, articolato mondo israelitico del nostro Paese: 25.000 iscritti. Di fatto, rappresenta tutti gli ebrei italiani di fronte alle istituzioni del nostro Paese. Bionda, occhi azzurri, raffinata ed elegante, sorridente, sempre molto pacata, mai un tono di voce inutilmente alto. Ha una doppia nazionalità: italiana e israeliana (in Israele ha anche svolto il servizio militare) perché è nata a Gerusalemme il 24 febbraio 1969 da una famiglia ebrea di origine romana e torinese, ha tre figli, da poco è nonna. È sposata da 27 anni.
Il primo ricordo di Noemi Di Segni bambina a Gerusalemme.
«La fluidità con cui si passava da una parte all’altra della città, a bordo dell’autobus numero 4. Dai quartieri ultraortodossi a quelli di origine araba passando per il centro dove si svolgono mille attività. Ecco, mi viene in mente proprio il concetto di fluidità, in una città che è molto, molto più piccola della rappresentazione mediatica. Così come è diversa la realtà che si vive lì: c’è un racconto diffuso di luogo pericoloso, attraversato dalla paura, che non corrisponde minimamente alla verità».
Fluidità, convivenza. Un simbolo forte.
«Certo, lo sento anche oggi nel mio lavoro istituzionale. È possibile la coabitazione tra diverse famiglie e origini ebraiche accanto ad altre realtà. A Gerusalemme ci si sfiora, tutti diversi, in vicoli larghi mezzo metro... Un insegnamento importante, significativo: si può convivere mantenendo la propria identità nello stesso luogo, anche se molto stretto. Senza colpirsi. Senza aggredirsi».
La sua famiglia registra un continuo via-vai tra Italia e Israele dal 1945. Lei è nata a Gerusalemme. Si è sempre sentita italiana?
«Sempre. Al cento per cento. In casa era tutto italiano: lingua, cibo, libri, dischi. Insomma, cultura. Come è tipico in Israele: chi è figlio di immigrati, mantiene le proprie peculiarità. C’è una sommatoria di tante diversità, ed è la ricchezza di Israele. Alle Elementari ogni anno si organizzava una serata ispirata alla diversità delle nostre provenienze nelle musiche e nei cibi: francese, americana, marocchina, persiana. Ovviamente italiana».
Lei ha svolto anche il servizio militare per due anni.
«Sì, nel gruppo dell’Intelligence. Un insostituibile allenamento culturale. Non all’odio verso un nemico. Una parola che non ho mai, dico mai, sentito in due anni. C’era sempre il concetto di difesa, di tutela. Impressiona pensare che Israele affidi le sorti della propria difesa ai giovanissimi. Succede anche oggi. Quando vedo certi ragazzi in giro, più o meno sfaccendati, penso a quelli che in Israele oggi, a 18 anni, sono al mio posto di allora».
Ma dove si sente «a casa», Noemi Di Segni?
«Ho sempre vissuto, e vivo, una situazione di schizofrenia. Perché sono inevitabilmente attraversata dalle due dimensioni: Italia e Israele, dove ora sono i miei tre figli. Io vivo qui, ho un grande impegno personale nel lavoro e nell’Unione delle Comunità ebraiche. Ma non nascondo il senso di colpa di non essere in Israele. Per anni non mi sono iscritta a nessuna Comunità italiana proprio per la precarietà che avvertivo, perché pensavo “l’anno prossimo a Gerusalemme”. Poi mi sono iscritta alla Comunità ebraica romana, per passione culturale ma anche per una scelta alla fine di rispetto, coerenza e senso di dover contribuire alla Comunità all’interno della quale vivevo».
Perché tornò in Italia alla fine del 1989?
«Per amore. Conobbi mio marito in un campeggio estivo in Italia organizzato per i giovani. E decisi di trasferirmi a Roma con lui».
In cosa si sente israeliana?
«In un certo stile di vita, nella facilità di aprire la casa, di ospitare. O di educare i figli. C’è una minore riservatezza complessiva rispetto al modello italiano. Per tornare al concetto iniziale, c’è più fluidità».
Una sua paura?
«Ho una sola angoscia. Se dovessi morire, ora o tra cinquant’anni, non sopporterei l’idea di essere sepolta qui per sempre, lontana da Gerusalemme».
Lei guida gli ebrei italiani. Una realtà complessa.
«Complessa, antichissima e vivissima di tradizioni e beni culturali. Girando per il nostro Paese ci si rende conto di quanto l’ebraismo italiano sia variegato rispetto ad altri ebraismi. E sia poco conosciuto. Un vero peccato. Io avverto l’orgoglio di rappresentare una catena di generazioni secolari che appartengono insieme all’ebraismo e all’Italia».
Antica domanda. Si è «ebrei italiani» o «italiani ebrei»?
«Secondo me ebrei italiani. La componente dell’identità ebraica può essere molto forte o anche blanda ma alla fine la fiammella interiore è quella ebraica. Poi per tutto il resto si è italiani, nel costume, nella lingua, nelle tradizioni di famiglia. Ed è per questo che gli ebrei del nostro Paese vedono nell’Italia la propria Patria, con orgoglio, un legame fortissimo».
Lei porta un nome biblico importante, Noemi. Una storia segnata dal dolore, dalla perdita dei figli, ma anche dalla capacità di legare le generazioni, con grande generosità. Le pesa?
«Non nascondo che quel nome può rappresentare un fardello importante riferito al racconto biblico e so di essere esigente e faticosa. Ma la radice di Noemi porta, in ebraico, anche al concetto di piacevolezza. Ecco, vorrei essere percepita nel mio modo di essere con questo significato».
È difficile essere un’ebrea italiana? Domanda diretta: ha mai avuto attacchi personali, o episodi di discriminazione legata all’antisemitismo?
«No, per la verità non ho ricevuto particolari offese personali, né ho dovuto accettare limitazioni di alcun genere. Ho avuto, questo sì, spesso difficoltà a confrontarmi con persone che in qualche modo non riescono a ragionare, ed esprimono pregiudizi o generalizzazioni. Un fenomeno molto frequente».
Parliamo di antisemitismo in Italia? Lasciamo da parte numeri, statistiche. Che percezione ha del fenomeno? È stabile, in crescita, sta diminuendo?
«Secondo me è in crescita. So che esiste una quota di antisemitismo legata alla crescita dell’estremismo e al terrorismo islamico, sempre più diffuso e pericoloso, e che individua come obiettivi di odio e morte non solo gli ebrei. Poi c’è un antisemitismo crescente di gruppi di destra strutturati e che si richiamano al fascismo, forse, al neonazismo, comunque all’estremismo. Li vediamo e li percepiamo sempre di più. Magari non abbiamo un contatto diretto con loro ma vivono nei nostri stessi spazi quotidiani, organizzano cerimonie e manifestazioni. Io non vado certo a Predappio ma le immagini che arrivano da lì impressionano e preoccupano. Soprattutto perché sono giovani. Si riferiscono a modelli fascisti di cui nemmeno conoscono bene le radici storiche e cosa riecheggiano. La rilevanza del fenomeno sta nel fatto che poi dilaga sulla Rete con una modalità fatta di rapidi slogan, semplificazioni. Inviti agli ebrei a sparire, andarsene, tornare nei forni. Sono forme che emergono e fanno del male. E che crescono appunto sul web. Poi c’è il tema dell’anti-israelianismo, che si traduce anche in un odio contro gli ebrei italiani, identificati come rappresentanti di Israele in Italia. Un antisemitismo che passa per Israele e torna in Italia. Lo si vede in tante forme di boicottaggi: all’università, nei supermercati, nei festival, nelle fiere dei libri...».
Tema attualissimo: la parità tra uomo e donna. Lei è presidente dell’Unione delle comunità ebraiche. Suo marito è impegnato nel commercio di preziosi. A casa vostra c’è mai stato un ordine di priorità?
«No, mai. Un problema che non è mai stato all’ordine del giorno. Mai una discussione. Forse il mio doppio impegno, professionale, personale e istituzionale, genera sacrifici nel tempo dedicato alla famiglia che produce una richiesta di infinita pazienza agli altri familiari...».
Domanda molto ebraica: l’anno prossimo a Gerusalemme?
«Forse sì. L’anno prossimo a Gerusalemme. Forse, finalmente».

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