Newcombe: «E se il migliore di tutti i tempi fosse Lew Hoad?»

Pubblicato lunedì, 15 luglio 2019 ‐ Corriere.it

«È chiaro che il migliore di ogni tempo deve uscire dalla terna Djokovic, Federer e Nadal. Ma come si fa a non considerare Rod Laver? E Ken Rosewall dove lo mettiamo? E Bill Tilden, che dominò gli Anni 20 e 30? Sa cosa le dico: facciamo che il più grande di sempre è stato Lew Hoad: inavvicinabile nel ‘56, polso d’acciaio, volleatore superbo...».
Sulla panchina di Wimbledon, a chiacchierare con John Newcombe, si potrebbe restare per ore. Quando il tennis era fatto d’erba e spopolavano i canguri, John era il re. Sette Slam (2 Australian Open, 3 Wimbledon, 2 Us Open), tutti sul verde, dal ‘67 al ‘75, senza dritto: «Per prendermi in giro Hoad mi chiamava J no B, John senza rovescio (beckhand, ndr)» ride sotto i baffi. E non per dire. Negli Anni 70 nacque un logo ispirato al suo look: sul web gli appassionati ne vanno ancora a caccia. Insomma se c’è un interlocutore giusto per capire perché Federer ha perso la più incredibile finale di Wimbledon della storia da Djokovic pur avendo tutti i numeri a favore (94 vincenti a 54, 218 punti a 204 di cui a rete 51 a 24, 7/13 palle break convertite contro 3/8, 79% di punti con la prima rispetto al 74% del serbo), quello è Newcombe.


John si è divertito domenica in Church Road?«Moltissimo. Di Roger ho sempre ammirato il talento e la fantasia, Novak non mi ha sorpreso: la solidità del suo gioco non ha eguali. Soprattutto questi ragazzi sono atleti formidabili: cinque ore di intensità fenomenale, senza mai calare il ritmo».Tra il miglior Federer e il miglior Newcombe, sull’erba e con le racchette di legno, chi vincerebbe?«Eh, sarebbe una sfida affascinante. Federer è capace di magie, lo sappiamo, però con la rigidità del legno rischierebbe di spezzarsi il braccio».Sul serio the best è Lew Hoad, secondo lei?«Non scherzo. Lew era capace di cose che voi umani non immaginate. Federer è straordinario ma Nadal, per esempio, ha un miglior record contro di lui e ha vinto molto di più sulla terra. Anche Djokovic è avanti nei confronti diretti con Roger. Come la mettiamo?».Potremmo andare avanti a discuterne per sempre.«E allora che ne dice di cambiare discorso?».Di cosa parliamo John?«Dell’ictus che ho avuto qualche anno fa. Per riprendermi ho dovuto smetterla di fare il ragazzaccio, ma ne è valsa la pena: sono arrivato a 75 anni e sono qui seduto sulla panchina di Wimbledon con lei a parlare di tennis, lo sport che adoro da una vita».Cosa fa oggi?«Mi divido tra Sydney, la fattoria che ho nella campagna australiana e il tennis ranch in Texas: ce l’ho da più tempo di quanto io sia sposato con Angie, 53 anni contro 51. Gioco a golf, sto con i miei sei nipoti, ogni tanto mi fumo un sigaro».Niente male. Gioca anche a tennis, qualche volta?«No. Il mio ginocchio sinistro è andato da anni e mi fa male la spalla. Prevengo la sua domanda: no, il tennis giocato non mi manca affatto. L’ho amato moltissimo; basta».Le piace ancora guardarlo?«Dipende da chi c’è in campo. Non mi piacciono i tennisti monotoni, privi di immaginazione. Djokovic da questo punto di vista è un po’ troppo ripetitivo per i miei gusti, benché io apprezzi la sua abilità con la palla. Mi divertono le ragazze: Naomi Osaka e Ashleigh Barty, che è australiana come me e mi ricorda moltissimo la mia vecchia amica Evonne Goolagong per il modo in cui copre il campo».Di Nick Kyrgios il selvaggio cosa pensa?«Che è tutto tranne che noioso. Il punto è che non apprezzo come si comporta, lo trovo un pessimo esempio per i giovani e pochissimo rappresentativo dei valori sportivi del Paese da cui proviene, l’Australia. E snobba la Coppa Davis, che per noi aussie era ragione di vita».Vedrà la nuova Davis a Madrid, voluta da Gerard Piqué?«Orrore. L’hanno distrutta: spero che il nuovo format fallisca miseramente».Il suo ricordo più caro dell’Italia, dove a Roma ha vinto gli Internazionali nel ‘69?«Il match di Davis contro Adriano Panatta, al Foro Italico, in semifinale nel ‘76. Il mio ultimo con la maglia australiana. Molti colleghi non amavano giocare in Italia: pubblico rumoroso, schieratissimo, giudici di linea parziali. Io ne andavo pazzo: mi nutrivo dell’energia dei tifosi. Contro Panatta riuscii a portare la folla dalla mia parte, Adriano era livido di rabbia ma alla fine vinse lui».Non aver mai vinto a Parigi è un grande rimorso?«No. Con Angie mettemmo su famiglia: negli anni migliori, a maggio, scelsi di rimanere con i bambini piccoli. Due quarti di finale al Roland Garros possono bastare».Il suo Slam del cuore?«Wimbledon ‘70 contro Ken Rosewall. Era più grande di dieci anni, lo ammiravo in tutto: non mi perdevo una radiocronaca dei suoi match. Era il mio eroe. Ritrovarmelo di fronte sul centrale, in finale, fu un sogno. Vinsi in cinque set, in un’alternanza di emozioni. Tipo Federer-Djokovic, ma vintage».

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