Nelle mani di Joe Quattrone, il barbiere del Congresso

Pubblicato sabato, 25 gennaio 2020 ‐ Corriere.it

WASHINGTON La bottega di Joe Quattrone potrebbe essere tranquillamente inserita nel giro per i turisti organizzato ogni giorno dal «visitor center» di Capitol Hill. Da cinquant’anni è il barbiere del Congresso. Ha regolato le sfumature di tre presidenti, da George Henry Bush a Gerald Ford, fino a Barack Obama, quando era un giovane senatore dell’Illinois; sistemato la capigliatura di tre futuri vice presidenti; quella folta di Al Gore, quella più rada di Dick Cheney e Joe Biden. Perché Joe Quattrone non fa differenza tra democratici e repubblicani, iper conservatori e liberal, falchi e colombe, star e peones, generali e capi di stato. È una zona franca nella politica di Washington, anche ora, nei giorni laceranti dell’impeachment di Donald Trump.
La piccola insegna si affaccia sull’enorme corridoio in marmo al piano terra del Rayburn House Office Building, uno dei satelliti di Capitol Hill, dove sono alloggiati gli uffici di 169 deputati e le aule di nove Commissioni. La prima pietra fu posata nel 1962, con un discorso di John Kennedy. Joe ci è arrivato nel 1970, a 35 anni. Era partito con la famiglia da Reggio Calabria, nel 1947. Destinazione Ohio. Racconta che frequentò poco le scuole e molto di più le officine e i cantieri. Come molte famiglie di immigrati italiani anche i Quattrone provarono a metter su un ristorante dai sapori tradizionali. Ma non funzionò. Nel frattempo il ragazzino aveva imparato un mestiere. Pettini, forbici e rasoio. L’America di quegli anni era un mare sempre in movimento. Un’onda anomala e Joe si ritrovò nella capitale, al Congresso. Oggi, a 85 anni, è ancora lì, a capo di un piccolo team. Tre mini box per barba e capelli, 17 dollari per il taglio semplice; più una specie di sedia gestatoria per gli habitué di Al, un anziano afroamericano di New York, che lucida le scarpe per 10 dollari.



Sulle pareti almeno un centinaio di foto incorniciate, alcune in bianco e nero, qualche disegno, molte dediche. È la storia personale di «Joe Q.» e anche, un po’, di questo Paese. Lo hanno cercato da Fox news; il magazine del Washington Post gli ha dedicato un lungo servizio. «Ma per contratto non posso parlare con i i giornalisti, altrimenti mi licenziano». Allora stabiliamo di lasciare fuori la politica americana. Tanto è sufficiente guardarsi intorno. Ecco il ritratto di Mark Kennedy Shriver, nipote di John, Robert e Ted, deputato per due legislature, dal 1995 al 2003. C’è una scritta a pennarello: «Joe, grazie per avermi tenuto sempre vigile». A fianco un più formale «grazie per la tua opera», firmato da Eric Cantor, ex leader dei deputati repubblicani. E poi «All the best» di Obama e la «simpatia» di una giovane Nancy Pelosi, di Hillary Clinton, a testimoniare di quanto la popolarità di «Joe Q.» non sia ristretta al club per soli uomini.
Sarebbe sbagliato, però, pensare di venire qui e scoprire chissà quali segreti. Ed è solo una caricatura immaginare, come ha scritto in passato qualche giornale americano, che davvero Joe si metta a parlare di soppressate e polpette. Circondato dai suoi ricordi personali, condivisi da almeno tre-quattro generazioni, Quattrone sforbicia e chiacchiera con una nota nostalgica. Tutto è cambiato «a metà degli anni Novanta». Prima di allora la vita era certamente più dura, ma «eravamo anche più liberi», con meno complicazioni. Nella sua memoria, nelle sue parole affiora tanta Italia. «Su questa poltrona», dice, sono passati Giulio Andreotti, il presidente Giovanni Leone, accompagnato «dalla sua moglie meravigliosa», donna Vittoria. L’ultimo cliente? «Bettino Craxi, passava ogni volta che veniva a Washington. Da allora non ho visto più nessuno».

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