Mondovì, la scritta in tedesco «Qui ebrei» sulla porta dell’ex deportata

Pubblicato venerdì, 24 gennaio 2020 ‐ Corriere.it

Da Mondovì fu costretta ad andarsene e a Mondovì, cittadina medievale adagiata fra le Langhe e le Alpi, nei mesi bui della prigionia promise a se stessa di tornare: «Voglio vivere per ricordare, per mangiare, per vestirmi, per darmi il rossetto e per gridare a tutti che sulla terra esiste l’inferno». Lidia Rolfi, staffetta partigiana, prigioniera politica e a lungo insegnante in questa terra piemontese di resistenza, riuscì nell’intento e così testimoniò al mondo l’inferno di Ravensbruck, il campo di concentramento tedesco dove fu deportata il 30 giugno del 1944.
Succede che oggi, 76 anni dopo, nei giorni dedicati alla memoria dell’Olocausto, siano tornati anche i simboli antisemiti: «Juden Hier», qui ci sono gli ebrei, e la stella di David. È successo nella notte fra giovedì e venerdì scorsi proprio a casa di Lidia Rolfi, mancata nel 1996, dove oggi vive il figlio Aldo. Qualcuno ha imbrattato la porta d’ingresso mentre tutti dormivano. Se n’è accorta la compagna di Aldo alle sette del mattino, mentre andava di corsa al lavoro. Ha visto la scritta, l’ha fotografata e gliel’ha inviata su WhatsApp. Lui ha aperto il cellulare un paio d’ore dopo e da lì è iniziata una giornata convulsa. Carabinieri, Digos, sopralluoghi, testimonianze. La procura ha aperto subito un fascicolo. «Stiamo indagando per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di odio razziale, 604 bis, e lo stiamo facendo senza escludere nulla», ha detto con una certa prudenza il procuratore di Cuneo, Onelio Dodero.



Al momento non ci sono indagati. Ma l’episodio è stato preso in seria considerazione dagli inquirenti, che da queste parti non ricordano precedenti. «Mai avuto a che fare con gruppi estremisti di destra», ricordano alla Digos. È stato naturalmente prelevato un campione della vernice nera della scritta per essere analizzato e si stanno controllando le telecamere della zona.Va anche detto che i responsabili del gesto un errore l’anno commesso: la famiglia Rolfi non è infatti ebrea. È un simbolo della resistenza, questo sì. Alla staffetta partigiana Lidia è intitolata una scuola primaria e una via, la stessa dove si trova casa presa di mira l’altra notte. «Mondovì non è un città razzista ed episodi di questo genere non ce ne sono mai stati, solo una svastica al cimitero tanti anni fa», spiega il sindaco Paolo Adriano che parla di «fatto gravissimo». Lui non crede alla ragazzata, piuttosto a un clima generale che sta alimentando rigurgiti di antisemitismo. Il pestaggio e le scritte di Roma contro Anna Frank, lo sfregio al Giardino dei giusti di Milano, le minacce alla senatrice Liliana Segre.
In vista della Giornata della memoria, il settimanale locale «Provincia Granda» ha dato ampio spazio a Lidia Rolfi, ospitando un intervento del figlio e alcune interviste della madre, che sui lager ha scritto molto e un libro su tutti: «Le donne di Ravensbrück: testimonianze di deportate politiche italiane». «La violenza non è morta l’8 maggio del 1945, non è morta all’apertura dei lager, la violenza continua», ricordava oltre trent’anni fa con un refrain che oggi risuona come un triste presagio. Ieri è stata naturalmente una giornata di reazioni sdegnate. A partire da quella dello storico e docente universitario Bruno Maida, assiduo frequentatore di casa Rolfi: «Ho attraversato questa porta mille volte. Ci abitava la mia amica Lidia. È uno dei molti segnali che ci dovrebbero fare alzare la voce per ricordare a tutti che essere antifascisti è il primo dovere della memoria». Unanime la condanna del mondo politico. «Ecco dove porta la cultura dell’odio», è stata la sintesi di Nicola Zingaretti. «Sono ebrea anch’io», hanno scritto in un un post-it incollato sulla buca delle lettere di casa Rolfi.

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