Messico, guerra ai ladri di benzina Così Amlo sfida i cartelli messicani

Pubblicato venerdì, 11 gennaio 2019 ‐ Corriere.it

Nulla ferma gli «huachicoleros», i ladri di benzina. Scavano nel terreno fino a raggiungere le tubature della Pemex, la compagnia petrolifera messicana, infilano una connessione e succhiano litri su litri. Attorno a loro, sicari pronti a far fuoco, poco lontani gli «halcones», le vedette, che danno l’allarme. Scavatori ed esperti faticano gomito a gomito, a volte sono seguiti da persone che somigliano agli scuoiatori di bisonti: portano via ciò che resta. Ossia poco.
Sono feroci e con il gusto della beffa. Nel febbraio di un anno fa a San Martín Texmelucan, la capitale dei predoni, una pattuglia ha notato uno strano andirivieni davanti ad una piccola statua dedicata alla Vergine di Guadalupe. Civili armati di bidoni si rifornivano da un tubo che sbucava sotto la piccola struttura. Gli agenti sono andati a controllare e hanno scoperto che non era acqua santa, bensì benzina fatta arrivare con una deviazione dalla rete nazionale.


Un sistema criminale che è costato dal 2016 qualcosa come 7,4 miliardi di dollari, una perdita stimata in 60 mila barili al giorno. Per questo il nuovo presidente Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo, ha lanciato un’offensiva di contrasto. Aveva promesso una svolta e ha scelto un insidioso campo di battaglia. Con esiti non voluti.
La sua prima mossa è stata quella di sospendere la fornitura attraverso le pipeline che partono dalla grande raffineria di Salamanca: d’ora in poi — ha annunciato — i carichi saranno portati dalle autocisterne. Un cambio per arginare il saccheggio visto che è stato calcolato un’infiltrazione delle gang ogni chilometro e mezzo del network sotterraneo.
Solo che la misura ha provocato una penuria di carburante con file gigantesche davanti ai distributori, proteste, polemiche. I camion ci mettono più tempo e il loro impiego costa anche dodici volte di più. Inoltre — si è difeso il governo — è possibile che molti benzinai siano rimasti a secco per la semplice (quanto brutta) ragione che invece di comprare il prodotto dalla Pemex si rifornivano sul mercato illegale. Niente di strano.
Nella regione di Puebla, uno dei punti più critici con 1.636 «buchi»accertati, gli «huachicoleros» vanno in giro con i loro veicoli dotati di grandi contenitori in plastica. Il giornale Milenio ha pubblicato ieri le foto di uno di questi mezzi che incrocia un fuoristrada dell’esercito.
E comunque, abituati a navigare a vista, i trafficanti si sono limitati a cambiare orario: forano la terra tra le 2 e le 3 di notte. Facile per loro individuare dove passa la linea in quanto spesso ci sono dei cartelli che ammoniscono a non scavare in un determinato punto. Ma, a parte queste involontarie segnalazioni, le gang corrompono funzionari, ingegneri, dipendenti, in base ad un tariffario deciso dai capi.
Amlo, giustamente, non poteva tollerare lo sfregio e tantomeno sopportare il danno. Però si è subito scontrato con ramificazioni gigantesche, perché la merce non è solo venduta agli angoli delle strade: indagini hanno accertato l’acquisto da parte di società texane, a riprova di come le responsabilità non siano solo di una parte.
È come per il flusso di droga. C’è la domanda — insaziabile — da parte dei clienti statunitensi per la coca o le anfetamine. La stessa cosa — in scala minore — può avvenire con il carburante.
Gli analisti sostengono che sono almeno otto i cartelli che si contendono la torta. Hanno iniziato Los Zetas e il Golfo, in seguito insidiati da Sinaloa e dall’ambizioso Jalisco-Nueva Generación che vorrebbe spazzare via il resto. Quindi le sotto-cellule e nuclei arruolati nei villaggi.
Gli uomini di El Toñín contro quelli di El Bukanas, uno dei più agguerriti. Ci si spara per la polvere bianca, ci si ammazza per l’oro nero. Due giorni fa a Miguel Aleman, vicino al confine con il Texas, hanno rinvenuto 21 corpi carbonizzati vicino a dei Suv: una delle ipotesi è che una colonna del Golfo, impegnata nelle rapine di idrocarburi, sia stata sorpresa dai killer del Noreste. Altre vittime dopo le oltre 31 mila del 2018.

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