Maria De Filippi: «Io e Alberto Angela? In fondo siamo simili»

Pubblicato venerdì, 24 gennaio 2020 ‐ Corriere.it

Quella di C’è posta per te è la storia di un successo nato quasi per caso. Se vent’anni fa Maria De Filippi non avesse avuto in agenda un incontro al ministero dell’Istruzione, forse ora non sarebbe in palinsesto una delle poche trasmissioni della tv generalista capace di arrivare — ancora oggi — al 30% di share. «Quel giorno, era il 1999, mi avevano fermata due ragazzi sulle scale del ministero: loro non potevano entrare e mi avevano chiesto di consegnare una busta al ministro. Entro e consegno la lettera anche se non conosco il contenuto. Poi però ci continuo a ripensare. Ecco, lì è nata l’idea. All’inizio nessuno poteva immaginare sarebbe diventato un programma venduto in un sacco di paesi». Che, vent’anni dopo, fa registrare il 30% di share...


«Il primo dato fu il 19%, ancora lo ricordo. Poi il 21. Piano piano è sempre cresciuto e oggi Pier Silvio, se potesse, lo farebbe andare in onda tutto l’anno. Io sono contenta, anche se il numero è impressionante sopratutto rispetto a quelli che ci sono in giro ultimamente: non capita spesso di vedere dati con il 3 davanti».
Segue la trasmissione anche un pubblico giovane. Come se lo spiega?
«C’è posta parla di sentimenti che riguardano ogni generazione. La sensazione, e la fonte di preoccupazione, è che i giovani la tv non la guardino proprio più. E se lo fanno, lo fanno a modo loro: si creano un proprio palinsesto, formano delle community che commentano le trasmissioni... senza contare che non c’è nulla più che li stupisce, che l’attenzione è diversa, sono figli del web, hanno velocità di cambiamento nello spostare la loro attenzione che prima non c’era». E quindi lei come riesce a catturarli? «La differenza rispetto agli altri sta forse nel fatto che io non parto a monte ma a valle. Io non propongo un contenuto ma lavoro sul contenuto che mi propongono loro. Mi oriento in base a quello che mi scrivono, a quello che mi dicono a come me lo dicono. Tutto è diverso, anche il linguaggio. Se consideri quello che i giovani ti chiedono, secondo me li riesci a intercettare: cerco di stare dietro a loro». Il segreto è solo quello? «Penso. Non ho mai ragionato dicendo: faccio questo e poi vedo come si incasella. Per me funziona al contrario. Cerco di incasellare in una mia visione quello che le persone vogliono. La televisione deve rispecchiare la realtà, se no dai una visione del mondo tuo ma che non appartiene agli altri. Altrimenti la tv diventa un negozio in cui dentro trovi solo cose che non fanno per te, che non ti riguardano». E come si possono unire le generazioni in questo senso? «Puntando su quello che hanno in comune. Una persona di 70 anni può avere poche cose in comune con una di 15, eppure insieme possono benissimo giocare a burraco. Il ragionamento che faccio è trovare sempre un terreno in cui ci si possa incontrare». Resta in contatto con i protagonisti delle sue storie? «Il dopo è seguito dalla redazione, ma non trovo giusto raccontarlo in televisione. Non mi piace. Il senso del programma è un altro e il lavoro non è semplice: non so se si nota, ma è curato in ogni dettaglio e richiede tanto, tanto lavoro». Si parla spesso dei super ospiti. Di recente ha avuto Johnny Depp. Come ci riesce? «Ho sempre cerato di avere ospiti che non lo facciano di professione, senza nulla togliere a chi lo fa. Ma il tentativo è sempre stato quello. Da lì, uno ci prova. Cerchi di incastrare gli impegni, essendo poi un programma registrato, ti muovi molto tempo prima. Depp per esempio era a Venezia: allora fai un tentativo, cerchi le coincidenze favorevoli. Quando ho visto Uma Thurman da Fazio, mi sono detta: cavolo, non lo sapevo». Il sabato sera si confronta con il protagonista di un altro caso televisivo, Alberto Angela. Cosa pensa di lui?«Ecco, lui è un grande divulgatore. Per me è bravissimo, come era bravo Baricco: spiegava i libri in camicia azzurra, con le maniche arrotolate e io stavo a seguire tutto quello che diceva appesa alla tv. Angela ha un modo che non è impositivo nella divulgazione. Non ti dice: io sono acculturato e tu ignorante seguimi. Non è mai presuntuoso, non è mai il conduttore invadente o invasivo, la sua non è mai una predica e per questo la gente lo segue». Direbbe dunque che lei e Angela siete simili? «Se anche lui riconosce questo in me, sono solo che felice. Io riconosco il suo modo di condurre e trovo sia quello giusto. Ho sempre pensato che il conduttore debba essere un tramite e non l’oracolo, se no diventa un politico. Poi c’è chi lo fa ma non è un modo di fare tv che appartiene a me. Angela lo sento simile, poi fa tutt’altro genere. Il mio programma è nazional-popolare, l’accesso è più facile. Angela lo devi voler seguire, deve interessarti. La mia partenza è più accessibile perchè racconto qualcosa che già conosci. Lui ti deve intrigare, però poi quando lo vedi non ti stacchi perché ti accompagna... rispetto a chi fa divulgazione, vedo la differenza che c’è tra il professore del liceo e quello dell’università che magari fa un corso che scegli di seguire perché ti interessa e alla fine non c’è nemmeno l’esame».
Che idea si è fatta della polemica sulle frasi sessiste di Amadeus e sul maschilismo a Sanremo?
«Fa impressione ultimamente considerare quanto bisogna stare attenti quando si parla per non essere fraintesi. Io non penso che Amadeus sia sessista o maschilista. Credo che abbia inteso Sanremo come una grande festa della musica e abbia mischiato molte carte: ma penso che il suo scegliere delle giornaliste del tg e anche delle bellissime ragazze miri ad accontentare tutto il pubblico». Quindi, secondo lei, queste parole non sottintendono una visione? «Credo che lui abbia sbagliato ad usare dei termini e in generale, sulla questione, penso abbia ragione Lilli Gruber quando dice che se tu fai un lavoro, che sia uomo o donna devi essere pagato nello stesso modo. E penso anche che per le donne è più complicato farsi valere. Ma dobbiamo anche essere noi donne più solidali, lo siamo poco. I maschietti sempre molto di più. Poi se Amadeus invita una giornalista del tg a Sanremo, mi sembra chiaro non abbia nessun pregiudizio. Anche io, a Sanremo, avevo innescato una polemica senza rendermene conto». Aveva detto di non aver avuto un compenso per il Festival. «Sì, ma non immaginavo che avrei innescato così una polemica contro Carlo (Conti, ndr.). Non mi sono resa conto, altrimenti avrei aggiunto che io non facevo il direttore artistico, che non mi ero occupata di quello che poi andava in onda ma che semplicemente, avevo dovuto scegliere cinque vestiti da indossare. Quando ho visto i giornali il giorno dopo mi sarei sotterrata, non mi era mai successo. Sanremo è anche questo». È anche la bufera su Junior Cally. Che idea si è fatta? «Ho avuto un caso simile ad Amici, con Skioffi. I prof lo avevano giudicato in base alle canzoni che aveva portato, poi sono saltati fuori tutti i precedenti. Io ho chiesto un parere ai giornalisti che si occupano di musica, ho fatto in modo che lui spiegasse le frasi che aveva cantato. Le spiegazioni non erano molto diverse da quelle di Cally, lui diceva anche di essersi ispirato ad alcune scene di film. Alla fine è rimasto: io credo che la componente artistica conti»..

Tag: #Spettacoli

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