Manovra da 28-30 miliardi, 8 a testa per Lega e M5S. Taglio Irpef rinviato

Pubblicato venerdì, 14 settembre 2018 ‐ Corriere.it

La prima manovra del governo Lega-M5S potrebbe arrivare a valere circa 28-30 miliardi, dei quali 12,4 necessari per sminare le clausole sull’Iva e altri 16 miliardi (non i 10 circolati nelle scorse settimane) per l’attuazione delle misure chiave per i due partiti di maggioranza. Secondo quanto riferito da fonti al lavoro sul dossier, con la sua dote da 8 miliardi la Lega punterebbe a finanziare il pacchetto fisco (senza intervento sull’Irpef) e le pensioni, il M5S l’avvio del reddito di cittadinanza, compresa la pensione di cittadinanza.
La filosofia con la quale il governo lavora alla prossima manovra di bilancio sarebbe, infatti, quella di concentrare le risorse in pochi, incisivi interventi. In questa logica starebbe maturando, secondo quanto si apprende da fonti al lavoro sul dossier, l’ipotesi di rinviare al prossimo anno il taglio dell’Irpef. Nel 2019 il focus sarebbero quindi le imprese, per poi dare un segnale forte nel 2020 alle famiglie. I due interventi chiave del pacchetto fisco sarebbero la flat tax per i piccoli e la «super-Ires», cioè l’imposta ridotta al 15% per gli utili reinvestiti in azienda. Calcoli e simulazioni sono ancora in corso ma alcuni elementi si vanno delineando, sia sul fronte degli «impieghi», sia su quello delle coperture. Ad esempio, se si dovesse scegliere di rinviare l’intervento sull’Irpef, che non dispiacerebbe però al ministro dell’Economia Giovanni Tria, si potrebbe anche fare slittare la tagliola sulle tax expenditures, nodo sempre delicato e proprio per questo mai affrontato anche dai precedenti governi. La copertura, circa 1,5 miliardi, andrebbe cercata per l’ampliamento del regime forfettario per i piccoli, puntando anche, almeno dal secondo anno, sull’effetto emersione. La «super-Ires» sugli utili reinvestiti in azienda (con l’aliquota ridotta al 15% dal 24%) sarebbe invece finanziata dalle risorse oggi destinate all’Ace, un contributo alle imprese che sarebbe «assorbito» dalla nuova misura così come iper e superammortamento. Altre risorse arriverebbero da una nuova tranche di spending review, ancora in via di modulazione, mentre coperture una tantum arriverebbero dalla pace fiscale (che potrebbe fruttare attorno ai 15 miliardi ma spalmati su più anni). Con queste risorse, viene spiegato, si potrebbero finanziare misure che hanno bisogno di una copertura iniziale, come la cedolare secca sugli affitti per negozi e attività commerciali, che poi si autofinanzierebbe grazie al maggiore numero di contratti di locazione e all’effetto emersione dal nero già registrato anche per la cedolare sugli affitti delle abitazioni.


I leghisti, secondo quanto viene riferito, punterebbero a dedicare la loro dote quasi interamente alle pensioni, visto che le risorse per il pacchetto fisco verranno in gran parte dalla rimodulazione di incentivi esistenti alle imprese. È ancora in corso la stima delle risorse necessarie per introdurre «quota 100» con 62 anni di età, accompagnata da quota 41 e mezzo di contributi senza limiti anagrafici, e molto dipenderà dai paletti che saranno (o meno) introdotti — ad esempio se nel calcolo si potranno comprendere o meno, e in quale entità, gli eventuali anni di contributi figurativi. Lo staff della Lega che è al lavoro su questo capitolo della manovra avrebbe individuato, per le coperture, almeno 2,4 miliardi recuperabili nel sistema previdenziale, attraverso meccanismi che vengono definiti «accorgimenti tecnici».
Sull’altro fronte, quello del reddito di cittadinanza, sono al lavoro invece i 5 Stelle che dovrebbero concentrare su questa misura simbolo tutti gli 8 miliardi a disposizione (cifra molto vicina ai 10 richiesti nelle ultime settimane). Il nuovo aiuto contro la povertà, come ha spiegato il viceministro all’Economia Laura Castelli, partirà da un lato con le pensioni di cittadinanza, le minime da portare a 780 euro. Anche in questo caso si sta ancora studiando la platea di riferimento, e quindi i costi. Il reddito vero e proprio sarebbe invece anticipato dalla riforma dei centri per l’impiego (si punta all’utilizzo dei fondi europei) che impegnerà i primi «3-4 mesi» dell’anno. Il nuovo strumento potrebbe quindi diventare operativo già a maggio e potrebbe contare intanto sulle risorse residue del Rei, il reddito di inclusione introdotto dai governi Renzi-Gentiloni, che per il 2019 ha già a disposizione quasi 2,6 miliardi.

Tag: #Economia

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