Ma Notre Dame non può morire

Pubblicato lunedì, 15 aprile 2019 ‐ Corriere.it

Quelli che ardono in tv e sugli smartphone sono legni e metalli; non è Notre Dame. Possono crollare pietre che saranno ricostruite; non può morire un simbolo, una fede, una nazione. Quando un popolo non sa più chi è, quando un Paese non conosce più la propria missione nella storia, quando una nazione antica, forse vecchia, dubita del proprio ruolo nel mondo, anche una tragedia può servire a scuoterla. Quando Victor Hugo scrisse «Notre-Dame de Paris», la Cattedrale non era forse ridotta molto meglio di come la lasceranno le fiamme divampate ieri tra le lacrime dei fedeli e lo sgomento dei turisti. I rivoluzionari l’avevano devastata e vagheggiavano di farne il tempio della Dea Ragione, o una cava di pietra. Le statue della facciata erano state abbattute, perché agli occhi dei giacobini non raffiguravano i re di Giudea ma i monarchi dell’Antico Regime.
A ricostruire Notre Dame, prima ancora dell’architetto neogotico Viollet-le-Duc, fu un romanzo. Hugo non era animato da spirito religioso. Era un romantico che aveva intuito una cosa sfuggita nell’impeto rivoluzionario: Notre Dame era la Francia. Un popolo è il proprio passato; quindi la cattedrale dedicata alla Madonna rappresentava l’identità nazionale meglio ancora di Giovanna d’Arco o della Gioconda, già allora esposta al Louvre. Così lo scrittore inventò un amore impossibile tra un gobbo e una zingara, le due creature più disprezzate, che all’ombra delle guglie trovavano riparo dalla crudeltà del potere. Il successo fu immenso. Da lì nacque l’idea di salvare la cattedrale.



L’incendio di ieri segna il culmine di una crisi dell’identità francese. Il rogo è scoppiato a causa dell’incuria, e al di là dell’abnegazione dei pompieri i soccorsi sono apparsi fin da subito inadeguati. Pure Macron è stato colto di sorpresa: stava preparando un intervento politico in televisione, ha capito che non poteva parlare d’altro, ma ha tardato a precipitarsi sul posto; dove del resto la sua presenza sarebbe stata letta come una conferma di impotenza, con quei getti d’acqua che parevano fontanelle rispetto alla grandezza della tragedia, mentre il tetto cedeva, la guglia – neogotica, non originale – si spezzava, il cuore stesso di Parigi tremava.
Eppure il rogo è per la Francia anche la chance di ritrovare una coesione messa a dura prova dalla crisi economica, dalle incertezze del presidente, da un’opposizione sterile e a volte violenta. Da decenni il Paese che ha contribuito a dare al mondo i diritti dell’uomo e all’Europa il sogno della democrazia vive un grand malaise, un malessere che non può essere spiegato soltanto con il calo del potere d’acquisto e la distruzione del lavoro. La Francia dubita di se stessa. Una nazione che aveva un impero e si era assegnata un compito sente ormai di non contare molto più di nulla.
L’incendio che ha devastato Notre Dame può essere il colpo di grazia; ma può essere anche il segno di una possibile rinascita. Il dolore ma anche l’orgoglio visto nella notte per le strade della capitale lo testimonia. Di sicuro, in passato i francesi avevano ben chiaro che Notre Dame non era soltanto una chiesa. Caterina de’ Medici vi celebrò il matrimonio che fece di lei la regina di Francia. Gli ugonotti vi cercarono scampo dal massacro della notte di San Bartolomeo. Il Re Sole vi accumulò tutte le bandiere strappate ai nemici dalle sue armate, e venne soprannominato «il tappezziere di Notre Dame». Napoleone pretese di essere incoronato qui dal Papa, in uno scenario di cartapesta per nascondere le distruzioni rivoluzionarie, ma la corona se la mise in testa da sé, mentre David schizzava disegni per la sua tela. Con Viollet-le-Duc il romanticismo si impossessò dell’architettura gotica, e vennero scolpite le gargouilles poi animate dal film della Disney e riviste nel musical. Quando venne l’ora di liberare Parigi dai nazisti, De Gaulle ordinò al generale Leclerc di arrivare il prima possibile a Notre Dame, sul sagrato da cui partono idealmente tutte le strade di Francia: l’avanguardia era la nona compagnia della seconda divisione, composta soprattutto da repubblicani spagnoli, tra cui molti mangiapreti, che avevano ribattezzato i loro blindati Guernica e Guadalajara, ma rimasero comunque colpiti dall’arditezza delle architetture, delle volte, dei contrafforti. Qui Chirac volle celebrare il funerale di Stato del suo predecessore Mitterrand, senza la bara però: mentre le due famiglie del presidente — quella ufficiale e quella clandestina — si riunivano in un cimitero di campagna, i potenti della Terra celebrarono l’alleanza tra trono e altare, con il cardinale Lustiger, ebreo convertito dal cattolicesimo, un po’ imbarazzato. Con Sarkozy, Hollande, Macron la sacralità della presidenza si è molto perduta. Il re è nudo, e anche la Cattedrale è indifesa.
Stanotte i francesi piangono Notre Dame. Però la ricostruiranno. Servirà un altro grande architetto. Serviranno muratori pazienti, venuti da diversi Paesi del mondo. Serviranno le donazioni e le preghiere dei fedeli. Ma Notre Dame è un monumento alla fede e alla speranza. Possono bruciare le cose dell’uomo; ma quello che ci portiamo dentro è immune al fuoco come la salamandra, simbolo di Francesco I, non a caso il re che nella disgrazia commento: «Tutto è perduto, fuorché l’onore».

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