M5S, l’ingombrante  presenza di Di Battista  (dal Nicaragua)

Pubblicato giovedì, 08 novembre 2018 ‐ Corriere.it

È il peggior incubo di Luigi Di Maio e Matteo Salvini. E l’incubo sta tornando.

Glielo ricorda ogni giorno. Anche ieri. Dal Nicaragua. Su Instagram. Alessandro Di Battista seduto sul bagagliaio di un pittoresco bus giallo e verde (che coincidenza, eh?), con il figlio Andrea di un anno in braccio e la moglie Sahra che, probabilmente, scatta la foto. «Con un bus così ci vorrà ancora un mese e mezzo… Comunque…». Tra poco sarò di nuovo da voi. Dopo una vacanzona in Sud America durata sei mesi. Fresco, riposato, carico a pallettoni. Per Salvini, un avversario assai temibile sul terreno del populismo, un grillino gruppettaro capace di rivolgersi alla pancia più movimentista del movimento, sfrontato (qualche settimana fa, collegato via satellite con Otto e mezzo, disse a Lilli Gruber: «Io non devo difendere il governo per forza… se la Lega da’ retta a quello… come si chiama? Ah, sì, Giorgetti, beh…»), a volte avventato (Il Foglio lo definì «mitomane a 5 stelle», il New York Times lo inserì nell’elenco dei politici «ballisti»), però abilissimo a non candidarsi, a mettersi nella parte di quello che va a studiare il mondo degli ultimi e restare, così, fermo un giro. Ecco, appunto: Di Maio i suoi due giri li ha invece esauriti (il che, tra l’altro, come ricordava ieri Francesco Verderami sul Corriere, gli impedisce di minacciare alla Lega un ritorno alle urne). Certo, potrebbero sempre inventarsi qualche codicillo per stravolgere il famoso regolamento del M5S, che prevede al massimo due passaggi in Parlamento: ma Di Battista è uno duro e puro. E non accetterebbe. Sa che i militanti lo adorano. Letteralmente. Per dire: mercoledì scorso si esibisce in una diretta su Facebook dalla cittadina di Léon. Solito quadretto: lui, moglie e figlio. Lancia un paio di pesanti avvertimenti a chi — cioè Di Maio — in quelle ore sta faticosamente trattando con la Lega sulla «prescrizione» e poi spiega di aver imparato molto sulla raccolta del mais. Seguono sorrisi da romano piacione (ha un solido passato da animatore nei villaggi turistici), la moglie abbronzata sospira fingendosi un po’ stanca, il bambino, rassegnato, divora un biscotto. Il post, nel volgere di pochi minuti, ottiene: 222 mila visualizzazioni, 2.764 condivisioni, 9.615 commenti. Numeri da Bono, Totti, Papa Francesco. In effetti, al Circo Massimo, al festone grillino di un mese fa, molti si avvicinavano alla sua gigantografia, toccandola come fosse un’immagine sacra. Il padre Vittorio — «Preferirei essere chiamato camerata Vittorio» — annunciò tra grida di evviva: «Ale ha fatto il biglietto aereo di ritorno: parte da Città del Guatemala il prossimo 24 dicembre. Sì, esatto: come un nuovo Messia». Lui si collegò poco dopo da «un luogo imprecisato» del Sud America (tipo Subcomandante Marcos, rinunciando però al passamontagna). Il giochino di recitare nel ruolo del Che Guevara di piazza dei Giochi Delfici, collina Fleming, Roma, dove è cresciuto, e scendere dalla California fino in Guatemala, passando per il Chiapas, il Messico, il «caracol zapatista di Oventic», ad un certo punto del viaggio ha un po’ stizzito alcuni ricercatori italiani che lavorano laggiù: così su Twitter e nel web ha cominciato a girare un hashtag — «DiBattistaFueraYa» — con cui i compagni ricercatori avvertivano le varie comunità zapatiste che «il tipo impegnato a fare il terzomondista è, in realtà, il leader di un partito che in Italia va a braccetto con i fascisti». Un piccolo incidente. La narrazione è continuata poderosa. Lui, ogni tanto, pubblica lunghi reportage sul Fatto e su Loft, la piattaforma televisiva del quotidiano. Su Repubblica, Luca Bottura si è divertito a coglierne alcuni passaggi memorabili. «Ogni giorno vengono a galla nuove ingiustizie, ma la speranza non muore mica». «Sulla strada c’è un traffico infernale». «Le donne cuociono le tortillas, mentre gli uomini spremono le arance e ti servono il succo semplice o rinforzato con un uovo crudo di gallina o di quaglia». Appena può, Di Battista assicura che il figlio sta bene e si diverte. Annalisa Concione gli ha scritto su Instagram: «Mo’ basta!!! Torna, sta casa aspetta a te». Lory Bellan, invece, la butta in politica: «Ho letto che potresti fare il sindaco di Roma, o che sostituirai Luigi… Ma io non ci credo. Vogliono far credere che non c’è unità nel M5S». Dibba, prudentemente, non risponde. Interpellato, di solito Luigi Di Maio mette su un sorriso dei suoi: «Alessandro? Io l’aspetto con enorme affetto…». Poi si volta e fa: «Sta ancora in Messico, sì?». Rocco Casalino, potente e tormentato capo della comunicazione grillina, controlla tutti, tranne lui, Dibba. L’hanno sentito dire, con fastidio: «Non ho la minima idea di chi gli curi la narrazione del viaggio: so solo che sta crescendo il figlio nella giungla». La narrazione on the road è però francamente notevole. Non una foto sbagliata. Non un video che non nasconda una metafora, un messaggio. Tutto studiato. Ecco, io sto attraversando il mondo di chi soffre, ecco i dimenticati, ecco il Sud del Capitalismo yankee con i suoi pullman sbilenchi, le strade polverose, le foreste abitate da chi resiste, le fattorie fangose e le stalle, i contadini che sono stati guerriglieri, ecco, guardate, io sono qui. No, davvero: mediaticamente, un’operazione da accademia. Poi però non resiste e allora, ogni tanto, sul telefonino di qualche amico arriva un selfie del Dibba con gli occhiali a specchio, un filo di barba, i capelli curati, steso su un lettino in una spiaggia magnifica, con gli ombrelloni da resort di lusso e un bel Negroni ghiacciato in mano (ma nel selfie il Negroni non si vede).

Tag: #Roma #Politica

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