M5S, le condizioni di Di Battista: l’idea di un ticket con Appendino

Pubblicato lunedì, 17 febbraio 2020 ‐ Corriere.it

Strategie, cordate, big in campo e (anche) qualche idea. A quaranta giorni o poco più dagli Stati generali la situazione all’interno del Movimento è un groviglio difficile da dipanare. Il livello di tossicità, di veleni rimane elevato come le battaglie interne che — anche a livello comunicativo — si stanno combattendo. Ma piano piano il nuovo volto del Movimento si sta delineando. Per la leadership prende quota l’idea di un ticket tra Chiara Appendino e Alessandro Di Battista, con Luigi Di Maio che resterebbe in seconda fila, regista dell’operazione. L’ex capo politico si candiderebbe in prima persona solo per frenare la corsa di qualche big ortodosso, a partire da Paola Taverna, molto attiva in queste ultime settimane come facilitatrice.
Ma l’idea di un ticket tra la sindaca di Torino — che sarebbe il volto del M5S di palazzo, mentre a Di Battista toccherebbe quello di anima delle piazze — ha ancora diversi ostacoli da superare. E non solo le eventuali resistenze dell’ala ortodossa. Anzitutto sulla sindaca pende la sentenza del caso Ream, per la quale la Procura ha chiesto una condanna di 14 mesi (l’imputazione è di falso e abuso). Di Battista invece è in Iran, ma sta studiando un suo progetto. A chi ha avuto modo di sentirlo, l’ex deputato ha confidato che sta formando una squadra. Non solo. L’ex esponente del direttorio sta fissando dei paletti. Chiari.



Di Battista pone condizioni valoriali e tematiche. «Non interessano né poltrone, né incarichi dirigenziali», dicono i suoi fedelissimi. E spiegano che Di Battista è pronto a tornare protagonista a patto che sia libero di agire su una sua linea. È «determinato» — viene sottolineato — a portare avanti un progetto di lungo respiro, decennale. I rumors parlano di una proposta con due grandi aree: una ambientalista e una antiliberista, centrata sul rilancio in chiave statale della sharing economy. Linee che dovranno, secondo le intenzioni dell’ex deputato, in qualche modo essere portanti nel Movimento che sarà. Per arrivare agli Stati generali, però, la strada è ancora lunga. Ci sono big che si stanno muovendo silenziosamente con incontri capillari sul territorio, serrando le fila. Gli ortodossi per il momento sono in una fase attendista. Roberto Fico farà la sua proposta politica e tra i falchi c’è un forte richiamo alla collegialità. C’è chi spinge per una candidatura unitaria, ma quello a cui punta l’ala di sinistra del Movimento è definire una volta per tutte la collocazione dei Cinque Stelle nell’alveo progressista.
L’idea di un ticket dovrà vincere le resistenze dei falchi, favorevoli a un allargamento più orizzontale della plancia di comando. Un’idea sposata trasversalmente anche da Giancarlo Cancelleri e da una parte dell’ala siciliana dei Cinque Stelle. Ma se a prevalere fosse una struttura più composita (anche con due figure apicali) ciò comporterebbe un’altra evoluzione che è stata messa in cantiere: la fine (prematura) del team del futuro nazionale. I referenti regionali resterebbero invece in carica. «A cosa servirebbe una doppia struttura con ruoli sovrapponibili?», obietta un Cinque Stelle. C’è chi prende le distanze dal M5S di governo e chiede scusa. È successo a Bologna, dove Massimo Bugani in Consiglio comunale ha toccato il tema del passante cittadino, parlando di «667 espropri per allargare l’autostrada e la tangenziale, 667 espropri voluti da Danilo Toninelli e dal M5s nazionale».
Intanto sul piano politico si tenta un rilancio. Primo punto, un ritorno al Nord invocato dal viceministro Stefano Buffagni, volto del settentrione di peso per il Movimento. I Cinque Stelle hanno calato i loro assi: i ministri Luigi Di Maio e Stefano Patuanelli (stimato dai gruppi parlamentari e dai settori produttivi) sono stati di recente a Milano. Scelte non casuali. Anzi Patuanelli ha manifestato l’idea di spostare metaforicamente il Mise al Nord: «Serve anche che il ministro vada dalle aziende e non solo il contrario».

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