Imane Fadil, i pm: «Nel corpo tracce di metalli pesanti » In campo i super scienziati

Pubblicato lunedì, 18 marzo 2019 ‐ Corriere.it

Dovranno proteggersi contro le radiazioni ed usare le apparecchiature speciali in dotazione ai Vigili del fuoco contro il rischio nucleare i medici che esamineranno il corpo di Imane Fadil. La testimone del processo Ruby ter rischia di essere pericolosa anche da morta. Le operazioni per i prelievi di campioni di organi e di ossa dal corpo della 34enne marocchina, deceduta il primo marzo nella clinica Humanitas di Rozzano, cominceranno a giorni. Saranno «blindate», non solo perché la sua morte è il nodo dell’inchiesta per omicidio volontario aperta contro ignoti dalla Procura di Milano, che sospetta un avvelenamento, ma anche perché i prelievi su reni, fegato e ossa dovranno essere eseguiti con molta cautela per proteggere gli stessi operatori medici da una contaminazione. Infatti, un esame eseguito dopo il decesso su ordine dei pm ha trovato tracce di un elemento radioattivo molto pericoloso. Solo le analisi successive diranno c’è rischio e se Imane Fadil è stata uccisa da materiale radiattivo.
Alla possibilità di una morte dovuta a radiazioni, accidentale o voluta, si è arrivati dopo che si sono rivelati inutili tutti i tentativi di individuare una cura per salvare la giovane donna che si è spenta consumandosi in un mese. «L’Humanitas ha cercato di seguire le ipotesi che la scienza offre, ma ha dovuto escluderle tutte», conferma il procuratore di Milano Francesco Greco ai giornalisti, presenti l’aggiunto Tiziana Siciliano e i pm Luca Gaglio e Antonia Pavan. Gli organi interni sono stati progressivamente compromessi in un quadro clinico compatibile con l’esposizione a radiazioni. Nulla si può escludere. Ci sono tracce che ci portano a ritenere la presenza di sostanze particolari e quindi si è pensato di procedere con cautela», dice Greco. Ma alla domanda se siano state rilevate radiazioni e di che natura risponde con un «no comment».
Sempre come prevenzione, la salma, che potrebbe essere ancora e radioattiva ,«è stata cautelata», quindi all’obitorio nessuno può vederla prima dell’autopsia. Infine, il contatore geiger non ha trovato emissioni nocive né nella sua stanza d’ospedale né a casa di un amico che l’ospitava prima del ricovero. Dalle analisi su sangue ed urine fatte dal Centro antiveleni di Pavia emergono dati su cinque metalli (cromo, molibdeno, cadmio, cobalto e soprattutto antimonio) superiori a quelli di norma. Per Greco, quindi, sono solo «chiacchiere» quelle arrivate dallo stesso centro su valori bassi.
Si chiarisce poi il giallo delle comunicazioni dopo il decesso. «Non ce n’è stata nessuna dall’Humanitas alla Procura o a corpi di polizia prima della morte», afferma il magistrato smentendo le notizie pervenute dalla clinica che parlavano di una segnalazione quando la donna era ancora in vita. Conferma il direttore sanitario della struttura, Michele Lagioia. Sentito come testimone, ha detto di essere «sconcertato dalle affermazioni mediatiche» sul punto. A riferire del decesso ai pm è stato il legale di Imane Fadil, ma non giorni dopo la morte, come aveva inizialmente detto la Procura, bensì il giorno stesso, quando i pm hanno sequestrato la cartella clinica, come riferito da Humanitas. Era stata la stessa Imane Fadil a dire al suo avvocato di essere stata avvelenata. Aveva anche detto che lo aveva saputo nell’Humanitas. Una convinzione che probabilmente si è concretizzata il 12 febbraio quando i sanitari le hanno annunciato che dovevano verificare la presenza di arsenico nel suo sangue. Non avendo trovato nulla, la clinica non ha ritenuto di fare comunicazioni alla magistratura.
Oltre all’ipotesi di un avvelenamento, Greco non esclude comunque anche quella della malattia rara: «Ci pronunceremo dopo l’autopsia quando sarà chiaro il motivo della morte. Il resto sono solo suggestive congetture».

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