Il coraggio (educativo) di dire «ho fatto un errore»

Pubblicato lunedì, 18 marzo 2019 ‐ Corriere.it

Non è facile avere il coraggio di dire «ho fatto un errore». Il 28 febbraio scorso, il ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca ha trasmesso alle scuole alcuni problemi d’esame, come simulazione in preparazione al prossimo Esame di Stato. Il testo di uno di questi problemi conteneva uno svarione di fisica (confondeva «carica al secondo» con «carica totale»: come confondere velocità con distanza). Avvisato da un bravo insegnante, ho chiamato il ministero per avvertire dell’errore. Ho parlato con la responsabile del Dipartimento per il Sistema Educativo di Istruzione e Formazione, la dottoressa Palumbo, e ho suggerito che il ministero correggesse rapidamente, per non mettere i migliori ragazzi italiani e i loro insegnanti nella spiacevole situazione di dover decidere se fossero loro a non capire la fisica, oppure il loro ministero. La dottoressa mi ha messo in contatto con la commissione che ha preparato l’esame, che, un po’ obtorto collo, ha riconosciuto l’errore, imputandolo a «un refuso». Due giorni dopo, la dottoressa mi ha mandato un’ipotesi di testo di «correzione» che diceva: «Per agevolare una chiara comprensione da parte degli studenti, si ritiene utile specificare che si doveva intendere»... fischi per fiaschi. Per non ammettere l’errore, cioè, il ministero rischiava di infangarsi sempre di più.
Ho insistito, e finalmente il ministero ha scritto una nota in cui si dice apertamente che il testo del problema «contiene un errore». Penso sia lodevole. Fare errori è umano, ne facciamo tutti, e non è per nulla grave se un ministero ne fa uno. Una comunicazione aperta e tempestiva risolve facilmente il problema. Ma c’è di più: è educativa; la scienza è il terreno dove le cose possono essere chiare, proprio perché gli errori sono errori, e possono essere trovati e chiariti. Rifiutarsi di ammettere un errore e cercare di nascondicchiarlo all’italiana, è, a mio parere, diseducativo. È proprio questo il problema che ha il nostro Paese con la verità: cercare di imbroglicchiare con le parole, invece di dire le cose chiare là dove si possono dire le cose chiare. Riconoscere i propri errori è il più chiaro segno di intelligenza, e questo dobbiamo insegnare ai ragazzi. Ammettere di aver fatto uno sbaglio non è facile; mi fa piacere che il nostro ministero per l’Istruzione, che deve insegnare proprio questo, sappia dare il buon esempio.

(ps: Per gli studenti: il problema affermava che la quantità q(t) è «la carica che attraversa una superficie in un istante» e che è «misurata in Coulomb». Le due affermazioni sono incompatibili, perché la carica che attraversa una superficie in un istante non si misura in Coulomb, ma in Coulomb per secondo).

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