I sette ragazzi del «Cigno»

Pubblicato venerdì, 11 gennaio 2019 ‐ Corriere.it

Sette ragazzi (uno per nota) che fanno i musicisti, che affrontano lo spartito di carta e della vita, diretti da un professore «cattivo» — severo, rigoroso, implacabile, in una parola «bastardo» come lo chiamano tutti — che li allena anche a fare i conti con l’ingiustizia perché «è la vita a non essere giusta». Sono i sette ragazzi della Compagnia del Cigno (riferimento a Verdi, il Cigno di Busseto), la serie di Ivan Cotroneo in onda su Rai1 ogni lunedì. Sette adolescenti tra i 15 e i 18 anni, tutti veri musicisti (cinque al debutto da attori), diversi per temperamento, estrazione sociale, provenienza.
Il motore della storia è Matteo (interpretato da Leonardo Mazzarotto), un ragazzo con molte crepe nell’anima dopo il terremoto di Amatrice: la madre morta sotto le macerie (sarà vero o sono incubi?), il padre quasi inesistente, solo uno zio su cui contare, fragile e sensibile, capace di quegli scatti di rabbia che solo i migliori ragazzi equilibrati sanno avere. Il vero Matteo, ossia Leonardo studia violino da 9 anni al Conservatorio di Santa Cecilia e nel tempo libero (quale?) ha anche vinto un concorso letterario. «Credo che il motivo del successo della serie sia anche nella spontaneità di noi sette protagonisti — spiega —, da una parte non siamo attori professionisti, dall’altra suoniamo davvero in tutte le scene: credo che questo aspetto venga percepito dal pubblico». Conta anche l’immedesimazione: «Il mio personaggio non è lineare nei suoi comportamenti, è complesso e complicato, e proprio in questo c’è la sua normalità». Vale più il talento o la tenacia nella musica? «Di una cosa sono sicuro: senza determinazione non vai da nessuna parte, l’insistenza può supplire a doti meno limpide».


Domenico (Emanuele Misuraca) ha le stimmate del ragazzo perfetto: bello, talentuoso (è il traino della compagnia) pure generoso: è il primo ad accogliere l’emigrato Matteo, spaesato dopo essere arrivato a Milano ad anno in corso. Negli altri suscita l’invidia di chi ha bisogno di meno esercizio, perché gli riesce tutto facile. E la realtà non si discosta di molto: Domenico è uno dei prodotti di casa del Conservatorio Verdi di Milano e sogna di diventare pianista e compositore di colonne sonore. Le cose però non sono mai semplici perché Matteo e Domenico si innamorano della stessa ragazza: Barbara (Fotinì Peluso). Tradizionale risultato di famiglia borghese, frequenta il liceo classico, ha una gran voce e sente addosso tutto il peso di genitori che pretendono da lei sempre l’eccellenza. La finzione anche qui corre sui binari paralleli della vita vera: Fotinì studia Economia all’università e ovviamente pianoforte (da 10 anni).Il più giovane del gruppo è il 16enne Roberto, detto Robbo (in realtà Ario Sgroi ha un anno in meno e studia pianoforte da 8). Per affrontare la crisi dei suoi genitori (vede la madre con l’amante) si rifugia in un mondo fantastico, fatto di musica e lucciole, conigli e ruscelli incantati. Sara (la milanese Hildegard De Stefano è diplomata in violino) è ipovedente: disinvolta con i maschi, ha reagito alla sua disabilità con determinazione, ironia e passione (per il violino). Rosario (Francesco Tozzi, percussioni al Conservatorio di Firenze) è il più schivo del gruppo, ma anche lui ha le sue battaglie interiori da combattere: è stato dato in affidamento a una coppia milanese, perché la madre è in comunità a disintossicarsi. La settima nota è Sofia (Chiara Pia Aurora studia violoncello), ragazza solare che soffre per i suoi chili di troppo.
La Compagnia del Cigno (più di 5 milioni e mezzo di spettatori) è un romanzo di formazione, una commedia umana e corale che alterna ironia e dramma, momenti di riflessione a scambi di battute, soprattutto uno spettro di situazioni in cui immedesimarsi. Racconta le contraddizioni dell’adolescenza (ma anche dell’età adulta, vedi Alessio Boni e Anna Valle) e affronta le materie dell’esistenza: l’amore e la malattia, il rapporto con gli altri e con se stessi, fragilità e debolezze, il confronto dei ragazzi con i «grandi» che sono — come nella vita vera — alternativamente esempio da imitare e modello da fuggire.

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