I motori, le vittorie,  i tradimenti:  l’avventura  di Romano Artioli

Pubblicato lunedì, 15 luglio 2019 ‐ Corriere.it

Come un «giovanissimo aspirante guerriero» diventa uomo d’impresa. Romano Artioli, bolzanino di origini mantovane, classe 1932, ex proprietario di Bugatti e Lotus, lo racconta in un’autobiografia che ha l’urgenza della confessione, il filo tagliente del pamphlet e il sapore del romanzo d’avventura. Qui e là, anche la durezza di quelle pallottole di terra compattata che da ragazzino il narratore racconta di essersi scambiato con i «nemici» delle bande rivali, sul Passo della Mendola, in Trentino, dove viveva da sfollato dopo l’8 settembre 1943.
Romano Artioli, «Bugatti & Lotus thriller. La costruzione di un sogno» (prefazione di Vittorio Feltri, Cairo Editore, pagine 222, euro 16)Il volume, Bugatti & Lotus thriller. La costruzione di un sogno (Cairo Editore), riprende le parole consegnate da Artioli a un documentario del canale svizzero Kidstone Tv (La supercar dimenticata), sulla parabola della sua Bugatti. Meglio: sua e della moglie Renata, il tandem che pedalerà all’unisono, in salita, fino all’ultima curva. Una vicenda conclusa con la dichiarazione di fallimento e meritevole dell’etichetta del thriller. Artioli dà la sua versione dei fatti senza avvolgersi nell’ovatta della diplomazia. Fa i nomi dei buoni (Ferrari, Lamborghini, Agnelli, Piech…) e dei cattivi (da scoprire nelle pagine del libro).



Romano Artioli (Moglia, Mantova, 1932) è l’ex-proprietario delle case automobilistiche Bugatti e LotusSconfitta, vittoria, strategia, alleanza, tradimento: l’economia e la finanza adottano il lessico dell’arte militare. L’accademia di Artioli è la strada, e comincia negli anni dei calzoni corti. Divora Salgari, I ragazzi della via Pàl, le collezioni Utet per l’infanzia. L’amore per la meccanica divampa sfogliando un libro del cugino Arrigo: Come ottenere la patente diesel. Babbo Alcide compra un Borgward, un Dodge e una Lancia Ardea: Romano ci mette le mani. Studia e lavora da meccanico. Con i primi guadagni, a Bolzano, apre il Garage 1000 Miglia. Un fenomeno. Testa bassa e piedi per terra, ma senza esagerare. Ogni tanto, la testa, bisogna alzarla, per guardare lontano. Ha vent’anni e sogna la Bugatti: vuole farla rinascere.
Gli affari vanno bene. All’assistenza si affianca la vendita: Renault, Opel, Abarth. Romano è già la rabbia della superpotenza Fiat, surclassata in zona dal Garage. Sono gli anni dell’incontro con Renata: «Bionda, occhi azzurri, un fisico splendido». E una classe fuori del comune. Si sposano. La rappresentanza della Ferrari è un premio, ma non basta. Dice addio al Garage e fonda Autexpò, la società con cui organizza il mercato tedesco della Ferrari, distribuisce le GM americane, vende le Suzuki.
Dal ’52 la Bugatti non costruiva più auto. Il marchio, controllato dallo Stato francese, sopravvive sulle bancarelle. Nell’87, dopo tre anni di negoziati, nasce la Bugatti Automobili Spa di Campogalliano, Modena. Mentre a Ora (Bolzano) apre il Centro culturale Ettore Bugatti. In vista c’è la GT più veloce e bella che sia mai stata costruita. L’auto debutta il 14 settembre 1991 a Parigi: è la EB 110 GT. Ma sull’evento si allunga l’ombra della «ignobile calunnia» (la vicinanza di Artioli alla mafia) che distruggerà «vigliaccamente quarant’anni di duro lavoro».
Nel mondo la vertiginosa GT blu fa notizia, in Italia all’evento viene messa la sordina. Tutti, untori compresi, hanno capito che la nuova Bugatti è la Bugatti, non un suo pallido simulacro: la «dea» partorita dall’incontro fra tecnica e arte, rianimata con dosi massicce di passione, lavoro e denaro. L’acquisto, nel 1993, della Lotus punta ad allargare la clientela. Ma smuove, ancora, gelosie e pettegolezzi. «Un grande gruppo» — accusa Artioli — gli sta facendo il vuoto intorno di fornitori e banche. Sono i giorni neri delle «infiltrazioni» e dei «sabotaggi». Il «caso» (che dovrebbe entrare nei piani di studio di economia e di storia contemporanea) viene chiuso il 23 settembre 1995 dal Tribunale fallimentare di Modena. Finisce un percorso «entusiasmante, sofferto e atroce».
I titoli di coda del documentario svizzero sono accompagnati dalle note di Non, je ne regrette rien, la canzone di Edith Piaf. Parole che Romano Artioli potrebbe far sue: niente di niente, non rimpiango niente…

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