I guardiani dei ghiacciai d’Italia I cento volontari che li misurano

Pubblicato venerdì, 11 gennaio 2019 ‐ Corriere.it

Alla fine dell’Ottocento, pur di studiare la vita tra i ghiacci del Monte Bianco, il ricercatore francese Jules Janssen si fece portare a spalla da un gruppo di volontari che si arrampicarono in bilico per sentieri stetti e gelati: l’infermità alle gambe non riuscì a diluire in lui quell’alchimia tra desiderio e paura che avvicina tutti noi alla montagna. Un’alchimia che in Italia ogni anno, a metà settembre, spinge un centinaio di uomini e di donne a lasciare tutto quello che stanno facendo e a scarpinare fino ad alta quota: sono i volontari del Comitato Glaciologico Italiano, provengono da ogni regione e si prendono cura dei nostri ghiacciai. Ormai purtroppo solo a Nord, in quanto l’ultimo ghiacciaio meridionale, il Calderone del Gran Sasso, è in agonia.
Giovanni Mortara, piemontese di 75 anni, è il «decano» di questa associazione eclettica con sede a Torino, che esiste dal 1895 — nata come costola del Cai, dal 1914 vive di vita propria. Fisico scarno, per quarant’anni geologo al Cnr, Mortara detesta ogni forma di spettacolarizzazione della montagna, comprese le narrazioni retoriche. Non si fa fotografare, resiste a lunghi corteggiamenti per un’intervista e quando va dai «suoi» ghiacciai, ci va da solo: «In montagna per me tre persone sono già una folla». Perché le campagne glaciologiche che il Comitato lancia pressoché ogni anno dal 1911 a oggi, non sono solo un termometro delle aree montuose, ma per molti si trasformano nel ritorno in un posto familiare. Molti si scelgono il «proprio» ghiacciaio da accudire, ne conoscono punti di forza e di debolezza.


Quello di Mortara è il Ghiacciaio Belvedere, sul versante orientale del Monte Rosa, a Macugnaga. «Lo seguo dal 1978 e l’ho visto attraversare fasi differenti. Si pensa che i ghiacciai siano statici, ma in realtà sono creature in movimento». Si spostano, fondono (è sbagliato dire che «si sciolgono»), avanzano oppure cominciano a morire. Quando? «Quando sulla superficie vediamo affiorare le rocce — dice il geologo —: la loro colorazione scura assorbe i raggi solari ed è come accendere un termosifone». L’esercito dei guardiani del ghiaccio è metodico: salgono a coppie (a parte Mortara), fotografano la fronte, cioè la parte più bassa della lingua glaciale, fanno le misurazioni e coprono il ghiaccio con teli appositi, per rallentarne la fusione. «Come cuccioli», potremmo dire se Mortara non arricciasse il naso. In genere si dorme nei rifugi, ma Mortara li detesta e allora si mette in marcia per tornare a valle e si alza all’alba del giorno dopo. Di ghiacciai ne ha visti a decine: in Alaska, in Himalaya, alle Svalbard. E non è ottimista: ogni anno le nostre estati infernali si mangiano centimetri di ghiaccio al giorno. E qual è il più bello? «Per esempio il Lys di Gressoney. In generale i più belli sono quelli che non si possono raggiungere». Come le donne, diremmo se non temessimo la reazione del piemontese.© RIPRODUZIONE RISERVATA

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