I 13 sopravvissuti italiani  che vissero l’Olocausto Custodi della Memoria: «Resisterà dopo di noi»

Pubblicato sabato, 25 gennaio 2020 ‐ Corriere.it

«C i dicono sempre: siete gli ultimi sopravvissuti. Sì, è vero, siamo gli ultimi. E so che quando nessuno di noi ci sarà più perché non possiamo vivere in eterno, anche se mi piacerebbe, sarà diverso. Forse più freddo, affidato ai musei e a Israele. La testimonianza diretta è essenziale: ma la Memoria resisterà, deve resistere. Però c’è ancora tempo per morire, noi andremo avanti, racconteremo nelle scuole, alle nuove generazioni. Loro capiscono, ci seguono. Dopo gli incontri mi scrivono lettere, una più bella dell’altra. Sono i magnifici frutti della mia testimonianza». Edith Bruck vive a Roma in via del Babuino, in uno spazio magico sottratto al caos del centro di Roma, pieno di luce e di piante. Edith (i capelli e lo sguardo di una ragazza appena invecchiata, ma a maggio compirà 88 anni) è la sovrana di un regno fatto di libri, di letteratura, di poesia e di ricordi. La sua vita accanto al poeta e regista Nelo Risi. Le tracce delle sue radici di ebrea ungherese, poi natura-lizzata italiana.
Edith fa parte dei pochi ultimi sopravvissuti italiani alla Shoah. Secondo l’analisi congiunta dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane e dello scrittore e storico Marcello Pezzetti, da decenni impegnato sul fronte della Memoria, sono rimasti tredici sopravvissuti a vivere in Italia. Tra loro c’è Edith. Nella primavera del 1944 viene prelevata dai nazisti dal ghetto ungherese di Sàtoraljaùjhely accanto al confine con la Slovacchia, e deportata prima ad Auschwitz e poi in altri campi di sterminio: Dachau, Christianstadt, infine Bergen Belsen. Ha appena 13 anni ma riesce a sopravvivere con la sorella: nei campi di sterminio perde padre, madre, un fratello e altri familiari. Dal ’54, dopo un passaggio per Israele, vive in Italia e ha la cittadinanza del nostro Paese. La sua è una storia uguale e insieme diversa a quella degli altri, perché tutte sono uguali e diverse. La vicenda di Liliana Segre è forse troppo nota per essere ripetuta ancora, ormai è diventata un simbolo della Memoria collettiva italiana. Così come quella di Samuel Modiano, per tutti Sami, uno degli italiani di Rodi rimasti ancora vivi e che vivono qui in Italia, come Joseph Varon, Rosa Hanan, Virginia Gattegno. Da anni accetta inviti nelle scuole. Il suo volto è diventato familiare a milioni di italiani grazie al docu-film di Walter Veltroni «Tutto davanti a questi occhi», prodotto da Sky e Palomar e trasmesso sui principali broadcaster tv (Rai, Mediaset, La7, Sky) nella Giornata della Memoria 2018. Un indimenticabile racconto-monologo, guidato dalle domande di Veltroni.



Deportato a 14 anni da Rodi a Birkenau il 16 agosto 1944, Modiano ha sul braccio la matricola B7456 che ora mostra sempre nei suoi incontri nelle scuole. Perse suo padre e sua sorella. Ai primi del gennaio 1945 gli aguzzini sgombrarono il campo di Birkenau perché l’esercito russo era vicino: costrinsero i prigionieri a camminare nel gelo fino ad Auschwitz. Lì vide l’arrivo dei soldati sovietici ritrovando il suo compagno romano di prigionia, Piero Terracina (scomparso l’8 dicembre scorso) e Primo Levi, il futuro autore di «Se questo è un uomo». Tante testimonianze dei sopravvissuti verranno consegnate al futuro grazie a proprio ai docu-film, come il recentissimo «Kinderblock: l’ultimo inganno», magnifico documentario firmato da Marcello Pezzetti come autore e da Ruggero Gabbai come regista, prodotto dalla Fondazione Museo della Shoah in collaborazione con Rai Cinema e Goren Monti Ferrari Foundation. Racconta la straziante odissea delle sorelle Andra e Tatiana Bucci, entrambe di Fiume (ora si dividono tra l’Italia e le famiglie all’estero) e del cugino napoletano Sergio De Simone, finiti ad Auschwitz nelle mani del dottor Mengele, l’Angelo della Morte. Le cugine sopravvissute raccontano l’inganno per i bambini radunati davanti a Mengele, pronto per suoi atroci «esperimenti» («se volete vedere la mamma fate un passo avanti») e come il piccolo Sergio cadde nel tranello, finendo con altri 19 bambini nello scantinato della scuola-lager di Bullenhuser Damm ad Amburgo.
È la agghiacciante storia del «blocco dei bambini», appunto il Kinderblock. Pezzetti ricostruisce l’indicibile crudeltà della loro fine. Quelli che non morirono con le iniezioni di morfina, dice nel film Pezzetti, «vennero impiccati, appesi al muro come quadri». Il documentario andrà in onda su Raiuno per Speciale Tg1 alle 23.20 del 2 febbraio. Tre ebrei italiani di Rodi sopravvissuti allo sterminio (lo stesso Modiano accanto a Stella Levi e Alberto Israel, che hanno poi scelto di vivere all’estero, lei a New York e lui a Bruxelles) sono protagonisti di un altro documentario, sempre firmato da Pezzetti e Gabbai, «Il viaggio più lungo»: da Rodi ad Auschwitz fu infatti uno spostamento geograficamente infinito. E poi ci sono le altre storie. Per esempio di Arianna Szörényi, nata a Fiume da padre ebreo ungherese ma di madre italiana e cattolica. Venne battezzata come i fratelli, crescendo come una cattolica. Però poi fu prelevata e deportata prima nella Risiera di San Sabba, l’unico campo di sterminio nazifascista in Italia, poi ad Auschwitz e infine a Bergen Belsen. Ecco Diamantina Vivante, nata a Trieste nel 1928 e lì arrestata con i fratelli Giulia, Moisè ed Ester nel novembre 1944: sopravviverà solo lei dopo l’internamento a Ravensbrück. E poi, tutti gli altri. Sono gli ultimi. Ma, come dice Edith Bruck, la Memoria resisterà. Deve resistere. Lo dicono sempre, i sopravvissuti, con forza: l’orrore degli orrori non può, non deve ripetersi mai più.© RIPRODUZIONE RISERVATA

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